«MECHANICAL BULL - Kings Of Leon» la recensione di Rockol

Kings Of Leon - MECHANICAL BULL - la recensione

Recensione del 24 set 2013 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Tra i fan dei Kings Of Leon, alzi la mano chi veramente non pensò “Ma che palle!” quando un paio di anni fa Caleb Followill e soci fecero il loro ingresso trionfale nella galleria dei cliché del rock, quando “Come around sundown” finì per avere su di loro l’effetto del fatidico secondo (e non quinto) album. La promessa non mantenuta, il crollo sotto la pressione della celebrità, la pretesa di superare un gioiello come “Only by the night” così, in scioltezza. Diventarono newyorkesi, i quattro del Tennessee, ma invece di godersi la città si ubriacarono mentre mettevano su famiglia, si esaurirono perché non avevano retto all’urto della loro stessa grandezza, ingombrante come le arene che non potevano più contenere il loro pubblico. Leggere di quelle date cancellate, di quelle gesta che parevano uscite da “Spinal tap” dava la nausea. Ma, per lo meno, sono grato a Caleb Followill e ai suoi tre compari di non avermi fatto vivere in diretta anche il clichè dell’hangover: il dopo sbornia, evidentemente, l’hanno smaltito prima di registrare “Mechanical bull”, che arriva proprio a dieci anni da “Youth & young manhood”, l’esordio che li rivelò acerbi ma promettenti. Ed eccoci quindi, oggi, al migliore classic rock in circolazione.
“Supersoaker”, il singolo che ne ha preceduto l’uscita, contiene l’intera promessa del disco: amalgamare l’urgenza degli esordi con l’acquisita grandeur da stadio (terapeutico, no?). Il pezzo scatta con un ritmo incessante, con la passione che si era smarrita. Non è pura energia musicale, non è solo uptempo – è soprattutto brio, è foga, è briglia sciolta. Alcuni toni sonori vintage e la voce abrasa di Caleb Followill - uno che del cantato monocorde e roco ha fatto un marchio di fabbrica – fanno il resto, dando equilibrio alla miscela e lasciando intuire che quella promessa potrà essere mantenuta, perché è genuina e sostenibile: i Kings of Leon, infatti, a questo punto non hanno più problemi con la maledizione del “già sentito” e si lasciano andare. “Rock City” – ovvero: la loro Nashville – continua nell’opera di auto-ricostruzione, col suo mid-tempo da bar, le chitarre impregnate di whisky e un’atmosfera di costante pericolosità, mentre “Don’t matter” esplode di frustrazione: ecco un brano che pare un omaggio sia a Stooges che a Queens Of The Stone Age, punteggiato da distorsioni lancinanti, sorretto da una sezione ritmica pompatissima e da una rabbia vocale che, per certi versi, ricorda quella del migliore recente Eddie Vedder. I Kings of Leon disponevano già di un suono-come-marchio-di-fabbrica, ma ultimamente sembravano soffrirne. Stavolta, invece, sono a proprio agio e provano a sé stessi che la formula non è soffocante, seminando anche canzoni come “Temple” e “Beautiful war”: lontane eco degli anni Ottanta riemergono così senza imbarazzo, riportando perfino alla mente qualcosa dei Cure e degli U2 di “The Joshua tree”.




In una tracklist di 13 brani non tutto è mai rilevante, ma “Mechanical bull” – così come non sfoggia un singolo al tritolo della caratura di “Sex on fire” – mostra, tra gli altri pregi, quello di non contare su inutili filler. Anzi. Ed è con “Family tree” che l’album tocca la sua vetta, a dimostrazione che su un impianto robusto e affidabile ogni digressione e deviazione è ammissibile. Costruito inizialmente su un ritmo funk da Jared e Nathan, alle prime battute questo suona come il tipico pezzo che potrebbe finire a puttane causa “impropria sperimentazione” e, invece, di fatto poi decolla grazie a un coro a prova di stadio (“Sono il tuo albero genealogico, ti conosco dalla A alla Z, ecco una proposta segreta: mettimi le mani addosso”), al grugnito del cantante e un paio di riff appiccicosi che, tutti insieme, promettono di farne un classico del repertorio dei KoL, di quelli capaci di mettere d’accordo le diverse anime della loro fan base.
Cercare in “Mechanical bull” la diversità che fece un caso dei primi Kings of Leon sarebbe stupido - quella cerchiamola, semmai, nei prossimi KoL che uno di questi giorni si staglieranno all’orizzonte. Qui c’è tutt’altro: una band stagionata, completamente a fuoco, che sforna quel disco che stavi aspettando per ritrovarci la familiarità che ti mancava, per ottenere conferme rassicuranti come quella solita banale progressione di accordi da cui il quartetto del Tennessee parte regolarmente per poi stratificarci sopra un ritocco dopo l’altro, ammantando di semplicità la maestria di chi a Nashville non ci è andato per moda ma si è fatto le ossa sui palchi dei bar. Ecco un album prodotto e pensato in vinile e dal vivo con cui i Kings of Leon scaricano l’ansia di dimostrare al mondo la loro capacità di innovare e, felicemente convenzionali e rilassati nella propria comfort zone, tornano ad intrattenere alla grande.
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