«LOUD LIKE LOVE - Placebo» la recensione di Rockol

Placebo - LOUD LIKE LOVE - la recensione

Recensione del 19 set 2013 a cura di Pop Topoi

La recensione

Il declino dei Placebo porta con sé anche un pericoloso revisionismo. Li abbiamo sopravvalutati a fine anni '90? Si sono sbagliati anche quelli che dovrebbero capirne più di noi (due nomi a caso: David Bowie, Michael Stipe)? Sono sempre stati un gruppo mediocre col solo merito di trovarsi al posto giusto nel momento giusto? Forse, come al solito, la nostalgia per il passato falsa un po' il giudizio, ma che i Placebo di oggi siano inferiori a quelli di ieri è indiscutibile.
Per fortuna, dopo qualche ascolto di "Loud like love", il disastroso "Battle for the sun" (2009) diventa un caso isolato e si conferma l'unico album davvero sbagliato della loro discografia. Eppure, resta la percezione che abbiano perso irrimediabilmente ciò che li rendeva speciali – tranne la voce metallica del leader.




I Placebo hanno ormai abbandonato le peripezie elettroniche che avevano ravvivato (e in alcuni casi anche migliorato) le loro produzioni negli anni zero e sono tornati a un rock più tradizionale e crudo. Alle loro orecchie, deve suonare potentissimo, ma se si presentassero a Sanremo oggi, anziché raccogliere fischi come nel 2001, probabilmente si confonderebbero coi concorrenti.
Il ritorno alle chitarre non sembra nemmeno una scelta di posizionamento azzeccata: restano troppo pop per radio, riviste e festival rock, ma non sono abbastanza commerciali per farsi notare dal grande pubblico. E malgrado un nuovo batterista che sembra un surfista e abbassa l'età media del gruppo, l'alone di coolness è svanito da tempo, insieme all'ispirazione di Brian Molko. Ora quarantenne e padre di famiglia, il cantante non ha più molto da dire su droghe e muse di entrambi i sessi. Quando cerca nuovi temi guardandosi intorno, come nel singolo sul cyberbullying "Too many friends" (con un bel video narrato dal troll per eccellenza: Bret Easton Ellis), riesce a trovare qualche spunto interessante, ma la vacuità generale dei testi è ai minimi storici. Pur avendo sempre scritto brani pieni di frasi idiomatiche e proverbi (a partire dal primo verso di "Pure morning"), qui lo sentiamo persino cantare di "un ago nel pagliaio" e "un gatto nel sacco". Come si dirà in inglese "raschiare il fondo del barile"?
Tuttavia, a contrario di "Battle for the sun", ci sono alcuni punti assai convincenti: "Exit wounds" è una canzone dei Placebo da manuale, con un beat elettronico e un ritornello disperato e intenso; le tracce conclusive "Begin the end" e "Bosco", coi loro crescendo di archi, ricordano che Molko dà il massimo nelle ballate e sa ancora sfruttare la vulnerabilità della sua voce. Questi momenti giustificano la quasi ventennale carriera del gruppo, ma sono ormai rari, e non cancellano il sospetto che il meglio dei Placebo sia già alle loro spalle.
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