«HIDE - Bloody Beetroots» la recensione di Rockol

Bloody Beetroots - HIDE - la recensione

Recensione del 19 set 2013 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Non voglio fare giri di parole. Bob Rifo, colui che si cela dietro allo pseudonimo Bloody Beetroots, è un talento. In pochi anni è riuscito ad emergere dall'Italietta che solo fino a pochi mesi fa, su uno dei più importanti quotidiani nazionali, lo dava come sconosciuto in patria e idolatrato all'estero (mettere il naso fuori casa ogni tanto no eh?). Ha avuto l'abilità di inserire lentamente e con intelligenza la musica live (lui è un grande appassionato di chitarre e come noto viene dal punk) nelle sue produzioni e nei suoi show. E con questo “Hide” è stato capace di creare qualcosa di commerciale, ma allo stesso tempo ricercato.
Così, questo 35enne di Bassano del Grappa, oggi può permettersi di girare tutto il mondo in tour, partecipare a festival enormi come Coachella negli States o Big Day Out in Australia, di avere nel suo disco un certo Paul McCartney e registrare nel suo studio a Londra. Un 'gancio' avuto tramite Youth (Martin Glover dei Killing Joke, che con l'ex Fab Four condivide di progetto parallelo Fireman, ndr), che fidandosi di Bob ha accettato di buon grado di metterlo in contatto con un'icona come Paul. Il risultato è “Out of sight” e possiamo prenderlo un po' come esempio dell'abilità di Rifo nello smontare un pezzo e ricomporlo mischiando passato e presente, elettronica e rock: inizio con chitarre alla U2, botta electro, l'entrata del piano e della voce di McCartney, cori di bambini, nuova botta da dancefloor e finale in bilico tra psichedelia e post-rock. Impeccabile.



“Hide” è eclettico e spazia da qualcosa di smaccatamente commerciale (ma con gusto) come la EDM di “Chronicles of a fallen love” o “Albion with junior” a “Raw”, in cui si passa dal rock all'electro fino alla disco music con Tommy Lee dei Motley Crue a 'sbeffeggiare' Bob Rifo. O ancora pezzi dichiaratamente da dancefloor come “Reactivated”, l'hip-hop di “All the girls”, la malinconia di “Glow in the dark” (con Sam Sparro) e “The beat”, electro alla Daft Punk, che si avvale della partecipazione di un simbolo del pop-rock britannico come Peter Frampton alla (filtratissima) voce.
Insomma, Bloody Beetroots con “Hide” ha fatto centro. Di nuovo. Una capacità di svariare con classe e padronanza da un genere all'altro, riuscendo ad essere allo stesso tempo commerciale e particolare, non è da tutti. Una conferma per i molti che già lo conoscevano (non dimentichiamo che BB anche in Italia riempie locali di un certo livello) ed un'occasione in più per scoprirlo per chi ancora non lo aveva fatto.
“Hey Bob, what the fuck is this? Fucking Disco music?”.
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