«THE ELECTRIC LADY - Janelle Monae» la recensione di Rockol

Janelle Monae - THE ELECTRIC LADY - la recensione

Recensione del 12 set 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

Diciamolo subito, senza troppi giri di parole, “The Electric Lady” è un disco tremendamente datato. Ed è un peccato, per due motivi. Primo, perché la musica black sta vivendo un felice momento di interessanti innovazioni; secondo, perché la Monáe è un'eccellente artista, autrice e performer (guardatevi in giro i filmati dei suoi live).
“The Electric Lady” segue il lodatissimo dalla critica “The ArchAndroid” del 2010 e ne ripercorre lo stile. Anche questo infatti è un concept disc a tema fantascientifico, con tanto di empowerment femminile e sottotesto lesbo. La storia che sta dietro alle 19 tracce è quella di Cindi Merryweather – l'electric lady del titolo, alter-ego avatar della stessa Monáe – una umanoide potenziata scesa sulla terra per instaurare un nuovo matriarcato. Interessantissimo, no? Ah, come nel precedente disco, i contrappunti narrativi sono siglati da un paio di suite overture dal sapore cinematico che mescolano Morricone, lounge music e lo score di un film noir, e da un dj radiofonico chiamato Crash Crash. Tutto già abbastanza visto: Parliament e Funkadelic ci hanno costruito una gloriosa carriera (anche se forse la Monáe guarda più a David Bowie).
Ma veniamo alle canzoni.
Janelle Monáe è un tipo eclettico e non si fa sfuggire nessun sottogenere della musica black, specialmente del periodo '70-'80, grazie anche ad alcune prestigiose collaborazioni. Primo fra tutti Prince, dichiarato mentore, che si esibisce con il suo falsetto e chitarra elettrica nel buon funk-rock d'apertura “Givin' em what they love”; gli assoli di chitarra, anche se non sempre suonati da Prince, sono una fissazione della 28enne di Kansas City, tanto che ne troviamo sparsi in tutto il disco, alcuni dei quali quasi da air guitar, barocchi e piuttosto inutili. Nel disco ci sono alcune cose buone come la love song cantata in coppia con il lanciatissimo Miguel dove si campionano le voci di “Where is my mind?” dei Pixies (?!) (“Primetime”), il perfetto soul pop con Solange (“Electric lady”) o la wonderiana “Ghetto Woman”. C'è molto metodo nell'esecuzione delle canzoni, sembra quasi un format con tanto di copyright, come nella metrica rap sempre uguale alla fine di “QUEEN” (con la Badu) e nelle due canzoni citate sopra.




Ci sono poi - come d'obbligo nella black music - gli omaggi ai grandi, che però il talento rampante e sfrontato della Monae ce li fa percepire piuttosto come dei plagi: il giro di basso di “Dorothy Dandridge eyes” con la brava Esmeralda Spalding ricorda troppo “I can't help it” di Michael Jackson, “Victory” fa tanto rimpiangere quella matta di Lauryn Hill, mentre la ballad “Can't live without your love” sembra dire “Ehi Beyonce, fammi spazio!”.
Dietro la maestosità del progetto manca un vero centro, come se avesse sacrificato una visione sonora in favore della narrazione del vetusto concept, come in un disco degli Yes, trasformando tutto in un progetto freddo e piuttosto antipatico.
Ci piacerebbe proprio vederla senza tutte queste sovrastrutture per scorgere finalmente un frammento della sua anima.
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