«A - Agnetha Faltskog» la recensione di Rockol

Agnetha Faltskog - A - la recensione

Recensione del 07 giu 2013 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Soprattutto per i più giovani (ma anche per buona parte di chi giovane ormai non lo è più) il nome Agnetha Faltskog non avrà molti significati. Nonostante quegli stessi giovani (e anche gli altri), chiaramente ignorandolo, avranno ballato-ascoltato-fischiettato decine e decine di volte i successi cantati da questa signora dai 63 anni ben portati. Canzoni che sono immancabili da decine di anni a questa parte nelle allegre feste in cui l’unica pretesa sia divertimento e svago e, a volte, anche sterile sfoggio di snobismo intellettuale.
Questa signora bionda è niente meno che una delle due A – giureremmo la prima (ci perdoni Frida, la rossa) – dell’acronimo ABBA*. Quattro ragazzi piombati dalla fredda Svezia, alla metà dei settanta, per sconvolgere nella decina di anni di attività del loro sodalizio il corso della musica pop componendo canzoni che hanno valicato i confini del tempo.
Gli Abba segnarono un periodo e si resero indimenticabili. Basti ricordare che a distanza di venti anni dal loro scioglimento, nel 2003, “Mamma mia”, un musical basato sulle loro canzoni, ha riportato uno strepitoso successo. Come non bastasse, la trasposizione cinematografica dello stesso, nel 2008, stabilì il non trascurabile record di musical cinematografico dai maggiori incassi di ogni tempo.
Questa piccola introduzione risulta doverosa per giocare a carte scoperte senza trucco e senza inganno. Così da inquadrare e storicizzare quella che nel delizioso film “Priscilla, la regina del deserto” viene definita “suà maestà Agnetha”. Fatto non trascurabile: sulla copertina del disco la “A” del titolo è sormontata da una corona.
“A” è il quinto album di Agnetha Faltskog da quando si sono sciolti gli Abba nel 1983. Quinto album in lingua inglese, perché a essere precisi ce ne sarebbe un sesto in lingua svedese del quale condivide oneri e onori con il figlio Christian.




Agnetha nel tempo si è data alla discografia con molta parsimonia gestendo – da vera regina - con grande oculatezza il mito. Erano nove anni che durava il suo silenzio, finalmente l’attesa è terminata. E si può gioire perché “A” non delude le attese di chi la apprezza. Le dieci canzoni che lo compongono sono ben scritte e come abiti di alta sartoria la vestono al meglio senza perdersi in orpelli eccessivi che mai si addicono a una Signora. Le canzoni hanno come unico dovere mettersi al servizio di quella voce che sola penserà a (ri)creare la magia che da quaranta anni a questa parte non ne vuole sapere di svanire. “A” è talmente tagliato sulle misure di Agnetha che non vi compaiono legioni di special guest come si usa fare al giorno d’oggi. L’unica concessione in questo senso è un duetto con Gary Barlow (quello che gli Elio e le Storie Tese definirono affettuosamente il cicciobombo dei Take That) in “I should’ve followed you home”. Duetto che più classico non si può, ad alto contenuto zuccherino, ma formalmente ineccepibile. “Dance your pain away” potrebbe benissimo essere una b-side dell’indimenticato quartetto svedese. Una b-side composta fuori tempo massimo che non possiede (e difficilmente potrebbe possedere) l’innocente tamarraggine dei bei tempi che furono, però è un nostalgico tuffo a ritroso del tutto innocuo e il giocoso non prendersi sul serio è il valore aggiunto.
”A” non ha la pretesa di influire sul corso della musica pop, Agnetha non è rosa dall’ansia di dover primeggiare ad ogni costo o di dover dimostrare alcunché. Nella spensierata “Back on your radio” canta “Are you picking up my signals again? Back on your radio I'm sending you a message again”. Ed è proprio così, la Signora sta solo mandando una lettera a quanti le vogliono bene. Questi quanti sono veramente molti che, ringraziando gentilmente per la cortesia, non mancheranno di premiarla regalandole un buon riscontro di vendita.

*Per quanti si fossero chiesti da dove saltasse fuori la seconda A, Frida all’anagrafe è registrata come Anni-Frid
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