«BIOS - Eterea Post Bong Band» la recensione di Rockol

Eterea Post Bong Band - BIOS - la recensione

Recensione del 24 mag 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Ed ora qualcosa di completamente diverso. Un qualcosa, nella fattispecie, di circolare, sia fisicamente (il disco vero e proprio è già di partenza un… cerchio) che concettualmente. Un qualcosa che si apre con una “rise”, e si chiude con un “fall”. Il cerchio, una delle cosiddette “forme buone”: la struttura percepita è sempre la più semplice. Musica, geometria… matematica. Mmh, tanto vale utilizzare il metodo scientifico e iniziare ponendoci alcune domande, magari le stesse che si sono posti gli Eterea Post Bong Band prima di entrare in studio: se la natura segue degli schemi, allora qual è il programma che muove l’uomo? Siamo davvero così diversi dalle macchine che costruiamo? E chi ha scritto il linguaggio di programmazione? La sequenza di Fibonacci è un grande mistero della scienza: nel micro e nel macro si ritrova spesso una precisa struttura; il cavolo romano, ad esempio, è una delle rappresentazioni più quotidiane, ma anche più eleganti della struttura nascosta che guida album e mondo. Cosa c’entrano Fibonacci e i broccoli con un album? C’entrano. Eccome.



Perché è proprio da queste premesse che nasce “Bios”, otto pezzi molto lontani dalla consuetudine: si parla di math rock e di elettronica. Per dire, prendiamo un pezzo come “Fibo”: lo scheletro di “Fibo” si basa su cellule ritmiche di 1-2-3-5-8 a diverse velocità, mentre il sample iniziale è tratto da “Pi Greco – Il teorema del delirio”. Fibonacci e Aronofsky… e gli Eterea ci tirano fuori un pezzo. Per gli altri sette invece i Nostri prendono spunto dal matematico “mistico” Ramanujan così come da Garri Kasparov, lo scacchista che accettò di sfidare il computer della IBM. “Homo Siemens”, uno dei pezzi cardine del disco, campiona il cortometraggio svedese “The Perfect Human”, un’opera del 1967 (visibile qui) ai limiti del surrealismo che s’interroga sul concetto di perfezione legata appunto all’essere umano perfetto: come si muove? Come si veste? Cosa dice? Come si comporta? Una follia rock/sintetica sghemba, martellante e allucinata. Nota a margine: il pezzo si avvale dell’apporto di Enrico Gabrielli (clarino, sax, flauto e glockenspiel sia qui che su “Fibo”; gli altri ospiti del disco sono il “fischiatore” californiano Dave Santucci su “The rise of Ramanujan” e “Tim Peaks”, e Martino Cuman, il bassista dei Non Voglio Che Clara). “Mentina” invece, tanto per rimanere in tema di analisi strutturale, è un pezzo che gli Etera hanno composto nel 2004 e che qui ripropongono senza mix né mastering; in purezza, di palo in frasca senza apparente soluzione di continuità. Continuità che, invece, è ben garantita dal sound, dall’atmosfera: forma diversa, stessa sostanza. Che sostanza? Esempio: per le grafiche i Nostri hanno costruito un set (la scrivania di uno scienziato) prendendo come punto di partenza “Gödel, Escher, Bach”, un saggio firmato da Douglas Hofstadter nel 1979 incentrato sul tema “le parole e i pensieri seguono regole formali o no?”, sviluppando da qui una riflessione sulla ricorsività (la foto nella foto nella foto), uno dei punti cardine, anzi, IL punto cardine, l’essenza ritmica e melodica degli Eterea Post Bong Band; una band math rock dunque fino al midollo.

“Bios” è tutto questo, un concentrato di stimoli sonori e visivi, una bomba criptata che ha solo bisogno di una chiave di lettura per essere decodificata. Una chiave che chi ascolta ha già dentro di se per natura, ma che spesso rimane celata nel profondo. L’espressione “avere il ritmo nel sangue” credo che, a questo punto, risulti più che appropriata (per quanto trita). Prodotto alla Hot Farm, una “fattoria” ipertecnologica ai piedi del Monte Grappa, “Bios” è un disco che si fa apprezzare in modo particolare per la sua natura sperimentale, per le sue ritmiche ossessive, per le melodie sintetiche che stridono con le tante citazioni, le tante contaminazioni (campionamenti, inserti, e via così) di cui è farcito. Un disco math rock nel vero senso della parola, ma anche elettronico e dal sapore analogico, massiccio e duro all’ascolto. Qualcosa di completamente diverso e che, forse proprio per questo affascina e richiede più di uno sporadico passaggio in cassa (al nostro, ennesimo, sono finiti su The Observer).

Che disco è “Bios”? Come direbbe il protagonista di “The perfect human”: anche oggi ho vissuto qualcosa che spero di comprendere tra qualche giorno.
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