«BLACK PUDDING - Mark Lanegan» la recensione di Rockol

Mark Lanegan - BLACK PUDDING - la recensione

Recensione del 22 mag 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Nel disco precedente di a Mark Lanegan , alimentato da una dieta musicale a base di kraut rock, Kraftwerk e probabilmente anche Depeche Mode, il blues stava soprattutto nel titolo. In questo nuovo album torna ad abitare solchi e bit nella forma acustica, asciutta e minimalista forse più congeniale all'ex vocalist degli Screaming Trees dopo la svolta "roots" che ha marcato buona parte della sua produzione solista. Si tratta, stavolta, di una versione transatlantica perché a interloquire con lui c'è Duke Garwood, chitarrista e polistrumentista londinese con quattro album alle spalle già intercettato nei crediti di "Blues funeral": ultimo dei compagni di viaggio di un uomo elusivo, misterioso e taciturno che pure ama le mescolanze e gli incontri su strade anche secondarie con partner più o meno prevedibili (il fratello di sangue Greg Dulli, l'angelica Isobel Campbell , i produttori e remixer inglesi Soulsavers ). Garwood, di cui Lanegan si è dichiarato pubblicamente un fan manifestando entusiasmo per il lavoro fatto insieme, è un eccellente soundscaper, un abile disegnatore di paesaggi sonori. E qui si guadagna il ruolo di coprotagonista con un ottimo lavoro in filigrana (nel suo corredo strumentale anche un clarinetto e una rhaita, uno strumento a fiato marocchino) ma soprattutto con i due strumentali che fanno da introduzione ed epilogo al racconto, tra risonanti arpeggi che evocano i mondi sonori di John Fahey (la title track) e un esotico folk flamenco che paga pegno allo stile vagabondo e multietnico di Davey Graham ("Manchester special"). Quando però entra in scena la voce infernale di Lanegan, con quell'inconfondibile timbro catramoso macchiato di nicotina, è lui a prendere in mano il timone e a dettare la rotta verso gli universi poetici e le ossessioni che gli sono proprie: dialoghi intimi con Gesù Cristo ("Pentecostal", dove la chitarra scivola tra atmosfere desertiche e suggestioni cinematografiche alla Ry Cooder ), visioni apocalittiche (nell'elegia guerresca di "War memorial" Mark si vede inseguito da cani feroci che gli mordono le calcagna e immagina "una squadra di disertori impiccati a una quercia") e inni intrisi di un sinistro misticismo ("Shade of the sun", estatica e solenne), mentre in uno degli episodi più dilatati e compiuti di un disco che vive altrove (apparentemente) di momenti fugaci e abbozzati la morte arriva al galoppo cavalcando un cavallo bianco.





Materia confortante, per i cultori rimasti spiazzati dalla brusca sterzata techno-rock del disco precedente, e Lanegan è autore e performer troppo abile e consumato per sbagliare il colpo anche in un'opera tutto sommato minore come questa. Capace (grazie anche al contributo di Garwood) di rarefare la grana grossa del blues attorno a un giro di accordi liquidi e concentrici di chitarra elettrica ("Driver"), di indicare una via a "un immaginario spaghetti western post-apocalittico" - secondo la definizione di Steve Hyden su Pitchfork - affidandosi al ritmo pigro e strascicato di una batteria elettronica ("Mescalito"), di danzare intorno alle note sparse e discordanti di un pianoforte ("Last rung") ma anche di lanciarsi in uno stranito electro-funk apparentemente fuori sintonia con il resto del progetto ("Cold Molly").

"Not only love can break your heart", canta Mark in "Thank you" tra i cigolii di uno strumento ad arco e "cieli sanguinanti", sconfessando il postulato di Neil Young . Lui appartiene a un'altra generazione, meno idealista, e la sostanza della sua musica resta venata di morte, paranoie e ombre scure: un "Black pudding", davvero, un pasticcio di carne e sangue che anche nei momenti di quiete apparente evoca invariabilmente esistenze e anime mandate al macello.
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