«TROUBLE WILL FIND ME - National» la recensione di Rockol

National - TROUBLE WILL FIND ME - la recensione

Recensione del 20 mag 2013 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

“Se resto qui i problemi verranno a cercarmi
Se resto qui non ti lascerò mai”
(da “Sea of love”)
Ogni nuovo appuntamento con i National è sempre ricco di aspettative, la band di New York, ma originaria dell'Ohio, in quindici anni è riuscita lentamente ad elevarsi dal panorama alternativo americano fino ad arrivare a palchi importanti come quello delle elezioni presidenziali in supporto di Obama. Se "Alligator" del 2005 ha rappresentato il passo definitivo verso la notorietà con brani come “Mr.November” e “Lit up”, sono stati i successivi “Boxer” (2007) e “High violet” (2010) a renderli una band di fama internazionale definendone maggiormente il sound: un mix originale di rock e new wave portato per mano dalla voce cavernosa di Matt Berninger.
Purtroppo la data italiana della loro ultima tournée mondiale aveva mostrato alcune spine nel progetto National, che, seppur presentando uno show di altissimo livello, sembrava aver perso tensione, risultando un po' stanca e ripetitiva.
A spezzare questi dubbi arriva l'atteso “Trouble will find me”, disco prodotto e registrato dalla band che raccoglie tredici canzoni per quasi un'ora di musica: l'apertura spetta a “I should live in salt”, una lenta ballata che contiene una piccola novità rispetto al passato. Qui, infatti, troviamo Matt Berninger alle prese con tonalità più alte rispetto al passato, come se la voce gli si rompesse dall'emozione nel cantare versi come “Dovrei vivere nel sale per averti lasciato indietro” - il cantante si riferisce a Joe, nome che torna spesso nelle sue canzoni, che, in questo caso, rappresenta il fratello di Matt, Tom, con cui si è riconciliato solo recentemente.
Con le seguenti “Demons” e “Don't swallow the cap” Berninger riprende il suo aplomb da crooner, ma continua a mantenere un tono confidenziale nei testi come ogni canzone fosse un dialogo tra lui e l'ascoltatore che, di brano in brano, prende le sembianze di personaggi sempre diversi. Un arpeggio di chitarra introduce “Fireproof”, un ottimo esempio della capacità dei National di scrivere belle canzoni, ma anche il primo sintomo di una certa tendenza a ripetersi: difatti, per quanto l'atmosfera del brano sia delicata e ammaliante, non possiamo non provare una certa noia nel finale. A spazzare, per il momento, le nubi ci pensa però “Sea of love” brano giustamente scelto come singolo che ci mostra una band più muscolare come la ricordavamo ai tempi di “Alligator”.




“Heavenfaced” e “This is the last time” sono, in modo diverso, due canzoni d'amore, ma se la prima è un piccolo gioiello di sensibilità e leggerezza, “Nellla mia mente sono tra le tue braccia” canta Berninger, la seconda torna a mostrarci la pessima abitudine dei National ad adoperare formule già usate nel passato senza mostrare alcun tipo di variazione. Non è il caso della seguente “Graceless” dove la parte ritmica composta dai gemelli Devendorf prende il sopravvento regalandoci uno dei migliori episodi di questo disco: “Essere sgraziato/ C'è una polvere per cancellare questo?/ E' solubile e insapore? Non potete immaginare quanto odio essere sgraziato” ci dice Matt giocando con il doppio significato di grazia e Grazia, il personaggio protagonista dei suoi pensieri.
Se “Slipped” e “I need my girl” e “Humiliation” ci mostrano ancora i lati peggiori di questo disco, i due brani finali ci lasciano con un buon sapore in bocca: sia in “Pink rabbits” che “Hard to find” è il capitano Berninger a riportare a galla la sua squadra con due grandi interpretazioni in cui torna a cercare le note più alte del suo spettro vocale, per sottolineare ancora quanto sia profondamente coinvolto nelle storie che racconta.
Ed è proprio questo che fa la differenza in questo disco in cui i National sembrano essersi fermati nel loro percorso evolutivo facendosi raggiungere da problemi come la monotonia e la difficoltà di rinnovarsi. “Trouble will find me” risulta così un album confortevole, rassicurante, sicuramente non brutto, ma quasi mai esaltante. Il disco viene salvato dagli episodi in cui la band sembra ritrovare quella tensione che trasformava ogni loro brano in qualcosa di unico, e spesso il ringraziamento va al loro leader che sembra l'unico ad essersi veramente messo in discussione.
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