«THE GRACELESS AGE - John Murry» la recensione di Rockol

John Murry - THE GRACELESS AGE - la recensione

Recensione del 20 mag 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dipendenza, droga, i rapporti con gli altri che si sgretolano e la tua vita che va in frantumi. Il tentativo di rimetterla in piedi. Sono temi classici della musica rock, (ab)usati in centinaia di canzoni e album. Ma difficilmente troverete un disco che li sappia raccontare alla maniera di “The graceless age” di John Murry.
Un racconto musicale senza sconti e senza autoindulgenze, affascinante e profondo - a metà tra un Tom Waits a cui è stato levato il lato surreale e uno Springsteen a cui è stato tolto il lato epico: una voce profonda, ballate rock scure ma mai cupe, arrangiate in maniera sorprendente.
C’è un libro che mi è tornato spesso in mente, ascoltando questo album ed è “In un milione di piccoli pezzi” di James Frey. Un libro che qualcuno, anzi più di qualcuno, conoscerà: è la cruda storia della rinascita, difficile e tortuosa da una dipendenza. Un libro che in America ha venduto milioni di copie, salvo poi essere massacrato quando si è scoperto che Frey aveva romanzato un po’ di eventi, ma aveva venduto il tutto come “memoria” autobiografica.
Le storie di “Graceless age” John Murry le ha vissute davvero - ma per noi italiani, che siamo meno attenti al confine tra realtà e finzione - forse questo è poco importante. Nel 2007 Murry si è trasferito in California; ha iniziato ad essere dipendente dai “pain killers”, e da lì all’eroina il passo è stato breve. Ha perso la famiglia, con le dipendenze; questo disco, inciso con Tim Mooney degli American Music Club (scomparso poco dopo), è stato il suo tentativo di rimettersi in pista, nella musica e negli affetti. Tentativi entrambi riusciti.
Ci si avvicina a questo disco attratti da canzoni come “California” (“Giuro che non sei tu, è la California”, canta alla moglie) e “Southern sky”: ballate e i racconti sporcati da voci campionate, da coloriture elettroniche, con un impasto da brividi e un suono oscuro e moderno. E poi si rimane folgorati da canzoni come “Little colored baloons”, 10 minuti di autoanalisi che partono come un piano da Tom Waits d’annata, per poi aprirsi in un crescendo finale impressionante, in cui Murry racconta le sua quasi-morte per overdose. E’ in passaggi come questi che lo stile secco di Murry rivela la sua vicinanza con Frey nelle parole, ma anche nei suoni: anche questi mai epici, mai compiaciuti - ma essenziali: non c’è una parola e una nota di troppo.



E’ uno dei dischi più belli e difficili che vi può capitare di incontrare - richiede tempo, pazienza, ascolti. Io ce l’ho per le mani da settimane - il disco è uscito nel 2012, ma ora viene pubblicato nuovamente in Europa in una versione espansa con secondo CD - ma mi è esploso solo negli ultimi giorni, fino a riuscire a fermarmi dall’ascolto compulsivo della ristampa di “Green” dei R.E.M. e dal nuovo album dei National.

Se gli date tempo e pazienza, se lo ascoltate come si deve, “The graceless age” vi si rivelerà per quello che è: uno dei più bei dischi di questo 2013.
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