«TOOTH & NAIL - Billy Bragg» la recensione di Rockol

Billy Bragg - TOOTH & NAIL - la recensione

Recensione del 05 apr 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Billy Bragg ha cinquantacinque anni, capelli sale e pepe e da ultimo una bella barba da uomo saggio che sa sempre cosa dire e come dirlo. Abituato da trent'anni a "mischiare pop e politica" ("Waiting for the great leap forwards") e a coltivare una personale via al "socialismo del cuore" ("Upfield") non ha perso spirito battagliero, attenzione all'attualità e impegno antifascista ( sono di queste ore le sue puntuali osservazioni sul caso Di Canio ). Non è più l'età e il momento (non solo, almeno) per inni sindacali a bandiere spiegate né per pop song ammiccanti alla "Sexuality", quando Billy giocava volente o nolente secondo le regole del music business: lui è il primo a saperlo. Dopo qualche sbandata e i confortanti segnali di ripresa evidenziati da "Mr. love and justice", qualifica perfetta per il suo biglietto da visita, era arrivata l'ora di un disco meditato, intenso e profondo come "Tooth & nail", una raccolta di canzoni che prende le mosse da un acuto dolore personale (la perdita della madre) per interrogarsi sul futuro e sulla difficile arte del vivere ponendo al centro del tappeto questioni esistenziali e non transitorie (problema numero uno: come costruire e mantenere in vita relazioni di lungo periodo con le persone che si amano).

Ci voleva, per questo, un produttore empatico e sensibile. E Bragg, per sua stessa ammissione "non una creatura da studio", l'ha trovato oltreoceano sistemandosi per cinque giorni appena - il tempo giusto per catturare l'ispirazione, come si faceva ai vecchi tempi - nello scantinato di Pasadena che Joe Henry ha trasformato in una sala d'incisione dove da anni si fabbricano gioiellini musicali. Si potrà anche imputare, all'americano, di far dischi con un unico stampo, forgiando un suono inconfondibile ottenuto utilizzando sempre - anche in questo caso - il solito clan di prodigiosi musicisti (Greg Leisz alle chitarre, Jay Bellerose batteria e percussioni, David Piltch basso e contrabbasso, Patrick Warren alle tastiere). Ma quei suoni sparsi e misurati che sono diventati la sua firma, lo spiega bene lo stesso Bragg, hanno creato anche in questa circostanza "un'atmosfera di spontaneità e spazio che ha permesso alla mia voce di venire alla ribalta". La voce, appunto. Mai così calda e presente, in passato, mai così suadente ed espressiva (svanito il clamoroso accento cockney di un tempo, nell'iniziale "January song" affiora un educato falsetto), veicolo perfetto per lo sguardo compassionevole e ricco di umanità che Bragg riserva da sempre ai suoi simili e agli accadimenti della vita.

Complice Henry e la sua banda, il bardo di Barking ha riannodato stavolta i fili dei "Mermaid avenue" (volume uno e due) incisi con i Wilco a cavallo del nuovo millennio omaggiando anche stavolta il grande padre Woody Guthrie con una versione riflessiva e dolente del classico "I ain't got no home": passepartout di un disco che, a dispetto della quintessenziale "inglesità" del personaggio, sparge forti profumi di "Americana" tra spazzole e autoharp, rintocchi di pianoforte e un Leisz in gran spolvero tra lap e pedal steel, mandola e mandolino, Dobro e Weissenborn.





Resta impresso, di "Tooth & nail", il grande nitore melodico e strumentale, il procedere a passi lenti e distesi come quelli che il protagonista inanella sui sentieri innevati del video di "No one knows nothing anymore", bellissima e fluttuante ballata sulla difficoltà crescente di afferrare il senso della vita in tempi confusi e contraddittori. Giostrando tra tonalità country ("Chasing rainbows" è quasi disascalica), folk old time ("Do unto others") e blues ("Over you"), l'album tutto si muove in una dimensione raccolta e acustica scossa da un'unica e moderata accelerazione elettrica ("There will be a reckoning", il pezzo più "politico", è una delle due selezioni recuperate da "Pressure drop", spettacolo teatral-musicale andato in scena nel Regno Unito nel 2010).

E' tale il clima di fiducia, tale l'apertura di credito nei confronti dei collaboratori che Bragg accetta di buon grado di dare carta bianca ai musicisti e a Henry, autore di due testi dal linguaggio decisamente più elusivo e onirico del suo ("Over you", l'affascinante "Your name on my tongue"). Billy, da parte sua, è sempre capace di sintetizzare in frasi memorabili e folgoranti una condizione umana e uno stato psicologico ("Come può un uomo essere forte/se non riesce neanche a sollevare il telefono/per dire di avere torto?": così in "Swallow my pride", emoziante ballata white soul), fiducioso di poter trovare "il modo di costruire con la mia poesia/un tetto sopra le nostre teste" (così la pigra e scanzonata "Handyman blues"). Emerge, qui e altrove, una saggezza e una capacità di introspezione che sono al tempo stesso un traguardo e un trampolino di lancio verso quel che verrà, anche quando malinconicamente Bragg dà il suo addio ai vecchi compagni di strada ("Goodbye, goodbye"). E c'è, in gran parte del disco, una gravitas pertinente e niente affatto opprimente ("Do unto others" cita il precetto più celebre del vangelo secondo Luca, "fate agli altri ciò che vorreste venga fatto a voi"), stemperata dall'epilogo ottimistico e fischiettante di "Tomorrow's going to be a better day", un numero da music hall o da commedia alla Frank Capra che Bragg interpreta però in chiaroscuro con voce stanca e snervata. Come un romanzo classico o un film d'autore, "Tooth & nail" sfoggia una robusta fibra morale e racconta una storia di umana rivalsa. Acuto osservatore dei tempi e dei costumi, per qualche tempo Bragg sembrava aver perso il feeling con la musica, più a suo agio come polemista che come singer-songwriter. Ringalluzzito dal nuovo scenario in cui gli artisti sempre più hanno occasione di interagire con il pubblico senza bisogno di intermediari (l'ideale, per un cantastorie come lui), ha ritrovato linfa, energia e un linguaggio con cui esprimersi: cosicché sui radar di chi è pronto a sintonizzarsi "Tooth & nail" manda segnali forti e chiari, messaggi di speranza e canzoni che vale la pena di ascoltare aprendo le orecchie e il cuore.
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