«NEBRASKA - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - NEBRASKA - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Scandita da un arpeggio lieve di chitarra acustica e da un'armonica lancinante, la sequenza iniziale è "rubata" da "La rabbia giovane", il "Badlands" del regista culto Terrence Malick che fin dal titolo mostra evidenti assonanze con il mondo springsteeniano: nel giardino di casa una ragazza si esercita con il suo bastone da majorette, appena prima di un incontro fatale che dietro di sé lascerà una tragica scia di sangue e di orrore. Benvenuti nell'America dei primi anni Ottanta, anche se i colori di "Nebraska" sono in bianco e nero e i ricordi affiorano prepotenti da un passato lontano.

Dopo la fantasmagoria rock'n'roll di "The river" e l'infinito tour mondiale che ne seguì nessuno avrebbe potuto aspettarsi un disco così da Bruce Springsteen . Crudo, duro, spietato. Rigorosamente acustico e conciso, nei suoni e nelle parole, quanto "The wild, the innocent & the E Street Shuffle" e "Born to run" erano stati variopinti, romantici, turbinosi, eloquenti (unici, parziali rimandi a quell'epoca: le scorribande automobilistiche notturne di "Open all night" e le guerre tra bande sul boardwalk di "Atlantic City"), in questo figlio della asciuttezza di "Darkness on the edge of town" e degli episodi più intimisti e malinconici del doppio di due anni prima.

Un album spoglio e minaccioso come la foto di copertina (anch'essa in b/n, a parte il lettering rosso sangue dei titoli) scattata dal parabrezza di un pick up su una strada di campagna mentre, in pieno inverno, incombe una tempesta di neve. La title track è l'architrave del disco e un pugno nello stomaco, i suoi protagonisti ricalcati sui serial killer anni '50 Charles Starkweather e Caril Fugate ("Io e lei siamo andati a fare un giro/signore/e dieci innocenti sono morti") esprimono la stessa violenza cieca e insensata cantata da Johnny Cash in "Folsom prison blues", senza pentimenti davanti alla sedia elettrica e nessun retropensiero se non quello che "c'è tanta crudeltà in questo mondo".

La poetica di Springsteen è ancora una volta densa di ispirazioni cinematografiche e letterarie: Bruce ha visto "Badlands" e "True confessions" ("L'assoluzione", di Ulu Grosbard), ha letto Flannery O'Connor e si è fatto suggestionare dal suo "Southern gothic" anche se le sue storie e i suoi antieroi scorrazzano sulle highways e le strade blu del West e della Costa est, le badlands del Wyoming e la Jersey Turnpike. Automobili, raffinerie, case sulla collina, passerelle sul lungo mare: l'immaginario di Springsteen è rimasto lo stesso ma sono cambiati i dilemmi morali e i contorni psicologici dei suoi personaggi (che sembrano incrociarsi tra di loro, percorrendo le stesse strade e ascoltando le stesse stazioni radio); ed è diverso il modo di raccontare le storie, parabole moraleggianti, preghiere laiche e ossessioni paranoiche. L'ergastolano che ha dato fuori di matto dopo aver perso il lavoro ("Johnny 99"), il poliziotto di pattuglia sull'autostrada e il balordo legati da un indissolubile vincolo di fratellanza ( in un interessante rovesciamento di prospettiva, "Highway patrolman" fornirà la trama a "Indian runner", primo film da regista di Sean Penn tradotto maldestramente in "Lupo solitario" nella versione italiana) sono personaggi di fantasia o ricalcati dalla tradizione, ma "Nebraska" - spiegherà poi Springsteen - è anche il suo disco più autobiografico, più legato a odori, immagini e ricordi vividi d'infanzia ("Used cars", "Mansion on the hill", "My father's house").

Anche il suono arriva da lontano, prima di Elvis, di Roy Orbison e di Phil Spector: il blues di Robert Johnson e di John Lee Hooker il folk dei Monti Appalachi, il gospel bianco (ma anche il rock'n'roll all'arma bianca di "Johnny 99" e "Open all night", e il minimalismo ossessivo di "State trooper": la versione unplugged dei Suicide , come si incaricherà di spiegare molti anni dopo dal vivo la cover di "Dream baby dream") scarnificati in un rigoroso lo-fi che, all'epoca, avrà fatto tremare i polsi ai discografici della Columbia. E' il lato anti-star di Bruce, quello che anni e decenni dopo prenderà la forma di "The ghost of Tom Joad", di "Devils & dust" e delle "Seeger Sessions".




"Nebraska" è un disco straordinario nella sua incompiutezza, una collezione di dieci demo di cui in studio la E Street Band non riuscirà a riafferrare lo spirito (anche se anni dopo "Atlantic City" diventerà un'intensa ballata elettrica e il trampolino di lancio per grandi assoli di Nils Lofgren). Cosicché, ai posteri, Springsteen consegnerà coraggiosamente queste tracce polverose e sanguinanti, registrate nel suo home studio casalingo su un Teac a quattro piste dove c'è spazio solo per una voce, una chitarra, qualche ululante controcanto in falsetto o un tamburello. Basta quello, per dipingere un'America spettrale e noir, ancestrale e scossa dalla durezza della realtà. Ma anche nel suo disco più cupo e pessimista di sempre Bruce non perde tutte le speranze e regala un epilogo "aperto": alla fine di ogni dura giornata, anche chi cerca di risvegliare un cane morto, di riconquistare un amante fuggito o di venire a patti con il mistero dell'aldilà trova ancora una ragione per credere.

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