«AMOK - Atoms For Peace» la recensione di Rockol

Atoms For Peace - AMOK - la recensione

Recensione del 21 feb 2013 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

“Quando sarò Re tu sarai il primo a finire al muro” cantava Thom Yorke nel 1997 con tutta la rabbia e frustrazione impressa in “Paranoid android”, canzone che portò i Radiohead ad essere da una semplice band rock inglese al più visionario, originale e talentuoso gruppo di musicisti degli ultimi anni. Fa così specie, leggendo i testi di questo nuovo disco, vedere come sia cambiato quest’artista nei sedici anni passati da “Ok Computer” ad “Amok” (il fatto che entrambi i titoli contengano la parola OK potrebbe essere tanto una casualità quanto uno dei mille giochi di Yorke). Il nevrotico e rabbioso cantante del 1997 ha lasciato spazio ad un artista più riflessivo, ma non meno originale, che, in "Before your very eyes..." , brano che apre l’album, canta: “Sei giovane e bello, le chiavi del regno./ Presto o tardi/ davanti ai tuoi occhi/ Un’anima vecchia su spalle giovani/Così sembrerai da vecchio”.
Non sappiamo se “Amok” sia un acronimo, la contrazione di “I am ok”. il contrario di “Koma” o tutte e tre le cose insieme, ma sappiamo con certezza che questo disco segna un momento importante per Yorke che, per la prima volta, si trova a pubblicare un disco con una band differente ai Radiohead: gli Atoms For Peace nascono, infatti, tre anni dopo l’uscita di “The Eraser”, primo sforzo solista di Yorke, il quale raduna attorno a sé alcuni amici come Flea dei Red Hot Chili Peppers , il produttore e amico Nigel Godrich , il batterista Joey Waronker e il percussionista Mauro Refosco. Scopo di questa nuova band era quello di poter suonare dal vivo le canzoni elettroniche di “The Eraser”.
L’unione di questi musicisti si rivelò più fruttuosa del previsto spronando Yorke, tra un concerto e un tour dei Radiohead, a scrivere e registrare nuove canzoni: il risultato lo colpì talmente che, per sua ammissione, il progetto venne congelato con il solo scopo di raffreddare gli animi e permettergli di avere una visione più obbiettiva sul risultato finale.
Nigel e Thom hanno lavorato a lungo su queste canzoni fino ad estrarne un piccolo numero, appena nove, quelle di cui erano veramente convinti: il risultato è un disco con un sound in cui convivono l’anima melodica ed elettronica di Yorke e Godrich e il cuore pulsante di Flea, Waronker e Refosco il cui impatto conferisce a questo disco un quid straordinario.
"Before your very eyes..." si apre su un giro di chitarra, una linea ritmica composta da batteria, campionamenti di varie percussioni e il basso di Flea a dare spinta: il risultato è un brano malinconico, ma allo stesso tempo ritmato e con un bel groove.




“Oh che problematico,/silenzioso, povero ragazzo/un pedone in un Regina./Ora rido,/ma non è poi così facile”
Con “Default”, primo estratto dal disco, Yorke sembra guardare al suo passato in un brano dal forte pathos in cui le tastiere suonate come fossero degli archi sono contrastate da un mix di beat e percussioni che conferiscono una struttura nervosa, mentre in “Ingenue” è ancora un basso molto filtrato a dominare il brano con il suo suono profondo e cupo su cui la voce di Yorke si inerpica per cantare quella che potrebbe essere interpretata come storia d’amore molto intensa (“Ti conosco come il palmo della tua mano”) che sembra continuare in “Dropped” (“Ho ottenuto il tuo cuore”) che parte lenta per poi accelerare nel mezzo con l’inserto di basso e drum-machine.
“Sono perso/senza peso/con le braccia lungo i fianchi./Sono speranza/posso romperla/sono ruggine./Aspetto/sono qui/senza peso/ sono ruggine”
“Unless” rappresenta uno dei momenti più emozionanti del disco, la voce di Yorke trasmette perfettamente l’angoscia espressa nel testo, mentre la musica si erge su un crescendo di tastiere conferendo al brano il climax tipico delle composizioni dei Radiohead. “Stuck together pieces” ci racconta di una divisione dolorosa mentre il basso duetta con una chitarra dalle sonorità simili a quelle usate in “Arpeggi” (“In rainbows”), in un ritmo sincopato che si scioglie nella dissolvenza finale che anticipa “Judge, jury and executioner” la cui ritmica precisa e coinvolgente ricorda da vicino gli ultimi lavori dei Radiohead.




“Amok” chiude il disco mescolando melodie eteree con percussioni tiratissime sovrastate da un battito secco, in un connubio psichedelico che prende lentamente corpo fino a scemare in un finale che ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Con gli Atoms for peace Yorke ha dimostrato di trovarsi molto più a suo agio con una famiglia di musicisti che lo accompagna sia nella fase creativa che in quella realizzativa, la dimostrazione sta nella qualità nettamente superiore di questo disco rispetto al precedente “The eraser”, che rimane un ottimo album, ma non variegato e profondo come questo “Amok”. Va dato il merito a questi musicisti di essere riusciti a dare nuova linfa e calore alle canzoni di un artista che non smette mai di porsi degli obbiettivi. Non sappiamo ancora se l’avventura degli Atoms For Peace è destinata a regalarci altri album, ma, visti i risultati, non possiamo che augurarcelo.
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