«ELECTRIC - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - ELECTRIC - la recensione

Recensione del 14 feb 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Da buon inglese, Richard Thompson ha il senso dello humour e ama le battute. Così, quando per presentare il nuovo album parla di funk folk ("a metà strada tra Judy Collins e Bootsy Collins") o di power trio celtico ("un incrocio tra la Jimi Hendrix Experience e Peter, Paul and Mary") bisogna prenderlo sul serio ma fino a un certo punto. Perché in "Electric", quindicesimo album in carriera senza contare i dischi con i Fairport Convention e quelli con la ex moglie Linda, i live e i progetti paralleli, le premesse possono essere fuorvianti. A cominciare da quel titolo e da quella copertina scintillante che raccontano una verità parziale (le ultime due canzoni in scaletta sono due quiete ballate acustiche). Il fatto che sia stato registrato a Nashville, poi, non autorizza a immaginare un disco country o di Americana: anche se l'arioso valzer "Saving the good stuff for you" ricamato dal violino del maestro Stuart Duncan e la spettrale folk song "The snow goose" imperlata dalla voce soave della principessa bluegrass Alison Krauss sfiorano i canoni del genere, conviene ricordare che già negli anni Settanta, da solo e con Linda, Richard cantava Hank Williams ed Everly Brothers rimarcando l'affinità etnica e musicale tra Appalachi e folk anglossassone, oltre che tra le due sponde della nazione rock'n'roll. Chi si aspettava che il chitarrista/produttore Buddy Miller (Solomon Burke, Shawn Colvin, Robert Plant con i Band Of Joy) potesse influenzarne le scelte stilistiche dovrà ricredersi: concepito specificamente per il formato ridotto di un trio rock che rappresenta la versione più flessibile e da "commando" della sua live band (con lui il batterista Michael Jerome e il bassista Taras Prodaniuk), "Electric" è in realtà un disco classicamente e riconoscibilmente thompsoniano, a cui Miller, che in queste cose è un mago, ha regalato (oltre a qualche intervento di chitarra) un vibrante e ruvido suono garage catturato in quattro giorni di registrazioni nel suo home studio dotato di sedici piste analogico MCI.

Insomma: dei Collins c'è poco, di Hendrix qualcosina in più. Anche se, come osserva Charlie Bermant sul sito di No Depression, "Sally B" (ritratto velenoso di una politica senza tanti scrupoli in cui qualcuno ha voluto vedere riflessa Sarah Palin) suona come "se Noel Redding fosse di Seattle e Hendrix irlandese, invece del contrario" (Redding era nato nel Kent inglese, ma il concetto resta valido). E', quello, uno dei folk rock aspri e arcigni piazzati in apertura di programma a svelare il concept e il modus operandi del trio: dove il leader, guitar hero anomalo che non spreca una nota mettendo ogni assolo al servizio della canzone, sguinzaglia la sei corde elettrica su tracciati sinusoidali e scale impervie mentre i due compagni dialogano prendendosi libertà quasi jazzistiche che travalicano il ruolo dell'ordinaria sezione ritmica rock (Jerome, in particolare, è forse il miglior drummer che Thompson abbia mai avuto). L'immaginario di Thompson resta squisitamente British, per nulla riscaldato dalla Music City del Tennessee o dal sole della sua residenza californiana sulle colline sopra Los Angeles: ed è un paesaggio umido e tetro, domeniche di pioggia trascorse nel rimpianto e nell'uggia di una grigia città industriale (una nostalgica e deliziosa "Salford Sunday"), turni massacranti in fabbrica a maledire la propria esistenza prima che un robot ti rubi il lavoro per sempre ("Stuck in the treadmill", la più funky di tutte), mentre è intriso di black humour inglese anche il racconto dell'arrapato e sdentato vecchietto che in "Stony ground" sbava dietro una vedova non consenziente finendo massacrato di botte (Thompson è un maestro del racconto in musica, ma stavolta sembra svelare qualcosa in più di se stesso: ai dietrologi la scelta di decidere quanta autobiografia ci sia dietro i versi di "Saving..." e il senso di colpa per certi matrimoni mandati a monte...)

Materiale tipicamente thompsoniano, comunque, come il paio di ballate strappacuore che elevano il tono e il livello generale del disco: "My enemy", dov'è la delicata Siobhan Maher Kennedy, ex River City People, a contrappuntare il tono grave e baritonale di Richard, e "Another small thing in her favour", un "instant classic" che farà la gioia dei fan di lunga data anche se tutto o quasi, dopo tanti anni, rimanda a cose già sentite (la più inattesa, a proposito, è "Straight and narrow", saltellante garage beat con riff d'organo simil Farfisa che è una rarità nel catalogo). Posto strategicamente a metà della sequenza, anche il brillante jingle jangle di "Good things happen to bad people", pietra d'angolo e singolo di lancio del disco, rievoca l'attitudine pop rock di pezzi più o meno recenti come "Batsheba smiles" (da "Mock Tudor", 1999) o "Big sun falling in the river" (dal precedente "Dream attic", 2010).
A sessantatrè anni Thompson procede per piccole variazioni progressive, riservando le idee più eccentriche e originali ai suoi progetti collaterali (la rivisitazione storica e divertita di "1,000 years of popular music", il "folk oratorio" "Cabaret of souls" pubblicato su cd appena qualche mese fa: estratti da entrambi sono stranamente inclusi nella deluxe edition accanto a quattro outtakes dalle session nashvilliane a casa Miller). Lo fa, però, con un vigore, un'attitudine, una spigolosità e una fame di musica che non conoscono requie e che giustificano le ennesime lodi della stampa internazionale (l'Italia, come al solito, latita). Altri sono nati incendiari per morire pompieri; nei dischi di Thompson (come in quelli di Neil Young e pochi altri di quella generazione), invece, c'è ancora fuoco. Ci sono ancora scintille, ed elettricità.

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