«RATS - Balthazar» la recensione di Rockol

Balthazar - RATS - la recensione

Recensione del 15 nov 2012 a cura di Michele Boroni

La recensione

I Balthazar vengono dal Belgio, e nemmeno da luoghi trendy come Anversa o Gent. Infatti sono di Courtrai, Fiandre Occidentali, terra di noia pesante e grandi bevute. Il loro disco d'esordio “Applause” del 2010 era piaciuto ai più attenti che, in mezzo alle chitarre sporche e agli arrangiamenti barocchi e acerbi, ci avevano visto delle premesse interessanti.
Dopo essersi fatti le ossa in mezza Europa come band di supporto dei connazionali dEUS, i cinque Balthazar sono rientrati in studio, accompagnati questa volta da un produttore di mestiere come Noah Georgeson - già dietro al mixer per Devendra Banhart, The Strokes, e in quel gioiellino indierock–bossa che era il disco eponimo dei Little Joy – e ne è uscito questo Rats.
I topi del titolo sono quelli che fuggono mentre la nave affonda ("Like rats from a sinking ship") come racconta la seconda traccia del disco, che ricorda i Velvet Underground, ma con il cantato indolente tra Bob Dylan e Lou Reed del leader Marteen Devoldere. Le canzoni infatti raccontano di uomini codardi, disperazioni quotidiane, amori perduti, carnalità e sentimentalismo.
Ma è l'architettura sonora delle canzoni a cogliere nel segno: le semplici linee di basso e chitarra si incrociano con i fiati e le coloriture d'archi, mentre i cori si mescolano abilmente con gli xilofoni dietro la sensuale sezione ritmica.
E' pop sapiente questo dei Balthazar. Godibile e cantabile, leggero e profondo.
Il gioco dei rimandi e delle influenze all'ascolto di Rats è assai divertente: profumi di Gainsbourg, Cohen e del croonerismo malato di Scott Walker, i balcani dei Beirut (“Joker's Son”) e il blues funereo di Nick Cave (“Any Suggestion”), ma anche i Tindersticks più pop (“Later”), i Last Shadow Puppets (“Listen Up”), tracce di Beck (“Do not claim them anymore”) e varie suggestioni cinematiche come nel pezzo d'apertura “Oldest of Sisters” il cui video non risparmia le abusate atmosfere lynchiane.



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Niente di originale, come si può dedurre. Ma sarebbe davvero un peccato lasciarsi sfuggire questo disco così ben calibrato ed eseguito, per andar dietro ai soliti noti.
Potremmo quindi concludere quindi con un “Gioca bene il Belgio” con il tono e il timbro di Bruno Pizzul quando commentava il sapiente fraseggio sulla trequarti da parte degli avversari della squadra azzurra (la leggenda narra che in realtà la squadra in campo fosse la Danimarca, ma son dettagli).
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