«OFF THE BEAT - Charlestones» la recensione di Rockol

Charlestones - OFF THE BEAT - la recensione

Recensione del 05 nov 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Dieci pezzi in scaletta per poco più di mezzora di running time totale, e solo tre volte si va sopra i quattro minuti: questa cosa non può che predisporre bene. I Charlestones sono una band molto giovane, a conti fatti hanno solamente quattro anni di vita, ma evidentemente hanno già capito come comportarsi. Quattro ragazzi "allevati a terra” e nutriti di sano brit pop, più o meno d’annata. Due rintocchi e ci senti i Kooks. Quattro e si passa agli Oasis. Ai primi i Charlestones “rubano” l’appeal, aiutati anche da una evidente affinità timbrica (Luke Pritchard dovrebbe iniziare a guardarsi le spalle) per non dire estetica. Ai secondi si porta via quel tocco più roccheggiante e la capacità di costruire ottime melodie in pochissime mosse. Certo, il tutto con il dovuto rispetto (specialmente quando si tirano in ballo gli Oasis), ma sono del parere che “prendere e rifare” con cognizione di causa, sia il punto di partenza migliore per imparare. Che non significa copiare, attenzione. Piuttosto è dare a Cesare quel che è di Cesare, mettendoci però un tocco personale. Eccoli qui i Charlestones, la nostra band The Observer della settimana scorsa; “quelli che fanno brit pop a modo nostro”. Una volta superato l’ostacolo linguistico poi (Mattia Bonanni, penna e voce del gruppo, padroneggia la materia alla grande), il gioco è fatto. E non diamo quest’ultimo punto per scontato: quante volte ci troviamo di fronte a gruppi che “vorrei ma non posso” perché il vocalist non è all’altezza? O perché le melodie sono prese pari pari da questo e quello e il confronto non regge? Perché sembra facile, ma… Problematiche che i Charlestones pare non abbiano mai dovuto affrontare.

“Off the beat” si apre con la titletrack, che tra l’altro è anche un ottimo singolo: diretta, poppeggiante, spigliata; da canticchiare. “Love is a Cadillac”, “Energy”? Idem con patate. Finalmente una band che azzecca i ritornelli (!) e che riesce a mettere insieme due strofe senza farti venir voglia di skippare alla prima occasione. Mica poco. “The girl who came to stay” e “Let it all hang out” sono i pezzi migliori per capire quanto detto in apertura, un buon sunto di tutte le influenze del gruppo rivisitate in chiave Charlestones. “She was a firework” e “Eager beaver” portano avanti il concetto mantenendosi fedeli alla linea, cosa che sostanzialmente si può dire un po’ di tutti i pezzi rimanenti.



Ripeto: basta una mezzoretta e questo “Off the beat” ve lo sentite tutto da capo a piedi e, fidatevi, vedrete che scende come un bicchiere di acqua fresca. Due pollici in alto infine per la coda malinconica “Standing in the prime of life”: songwriting pulito, melodia ai minimi termini, un bel crescendo, ottimi arrangiamenti. Perfetta? Eh, forse prima dovremmo sentirla dal vivo, ma già così la signorina ti fa voltare la testa.

Se da qualche parte bisogna pur iniziare, i Charlestones sembrano aver iniziato con il piede giusto. Vero, non è notizia di oggi. Solo che adesso abbiamo un album in più a provarlo.
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