«MY OWN PRISON - Creed» la recensione di Rockol

Creed - MY OWN PRISON - la recensione

Recensione del 16 feb 1999

La recensione

La storia di questo album è - per molti versi - tipicamente americana: i Creed lo registrano alla fine del 1996 a Tallahassee con il produttore John Kurzweg e 6mila dollari. Lo pubblicano a spese di un promoter locale nel febbraio del 1997, e ne vendono 3mila copie in due mesi grazie ai buoni passaggi radiofonici delle emittenti del posto. L’etichetta Wind-up si accorge di loro e li mette sotto contratto, e decide di ripubblicare l’album non senza averlo fatto prima remixare da Ron Saint-Germain (già con Tool, Soundgarden, 311). "My own prison" esce nei negozi nell’agosto del 1997 e da allora ha venduto, soltanto negli Stati Uniti, quasi tre milioni di copie, piazzando tre singoli - "Torn", "My own prison" e "What’s this life for" - al top delle charts di Billboard nello stesso periodo. Ascoltando "My own prison" c’è da dire che il successo dell’album si spiega agevolmente: i Creed fanno una musica fortemente emozionale, un rock’n’roll capace di mescolare l’animismo dei Pearl Jam (a cominciare dal timbro vocale del cantante Scott Stapp), le scenografie dark dei Metallica, testi sofferti e incentrati sul dialogo con l’entità religiosa, sui sensi di colpa e i falsi alibi della mente che già popolano le storie di gruppi come Counting Crows e - a tratti - un po’ di sana tarraggine, soprattutto batteristica, alla Def Leppard. "My own prison" riporta alle origini del rock’n’roll, o meglio al suono di ogni rock’n’roll band quando è ancora all’inizio del suo cammino, fresca e in forma, lucida e accanita nella caccia a ciò che va urlato al mondo. I fantasmi interiori e i frequenti accenni religiosi di Scott Stapp sono già materia per dibattiti via internet, mentre dal canto suo il chitarrista Mark Tremonti sembra assai impegnato a concedere interviste che celebrano il colpo di fortuna della band. Ai titoli segnalati, e a quelli compresi nel disco, comunque decisamente meritevoli, è necessario aggiungere "One", il penultimo brano in scaletta, veramente clamoroso.
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