«MAGIC HOUR - Cast» la recensione di Rockol

Cast - MAGIC HOUR - la recensione

Recensione del 24 giu 1999

La recensione

“Era fondamentale che la band girasse pagina”, dice John Power, il leader della band, riguardo a questo terzo, sofferto album. Si sbaglia di grosso John. Si sbaglia e, soprattutto, dispiace vederlo cadere nel tranello dei trend dettati dalla onnivora stampa inglese, sempre alla ricerca di nuove facce da sbattere sulle copertine di Melody e NME, sempre snob verso ciò che fa parte del passato. E’ un tranello che ha portato John e i suoi compagni, con la paranoia di ripetersi e di “suonare britpop”, a lasciare da parte tutti quei punti fermi che avevano reso “All change” un gran disco (la psichedelia, il modismo, le melodie pop alla Beatles) e ad imbracciare sonorità che non gli appartengono. Il risultato? Sicuramente “magic hour” non è, come la annunciano i Cast, un’ora di magia. Gli sforzi per abbandonare la pop song tradizionale sono, appunto, troppo “forzati”. Si notano fin dall’inizio, fin da “Beat Mama”, un imbarazzante scivolone in territori glam rock (alla Status Quo) che fa rimpiangere il peggior britpop. Subito dopo è la volta di “Compared to you”, altro brano lontano dai punti di riferimento del gruppo, che, anziché pensare pop, tira in ballo i Led Zeppelin. Un disastro, verrebbe da pensare dopo questi due brani. Fortunatamente John imbrocca prima una bella ballata psichedelica in odore di shoegazer (con “She falls”). Poi arrivano le sfuriate alla Who (nella versione psichedelia, in “Dreamer”, e in quella più rockettara di “Higher”). E poi? Poi nient’altro. Un rincorrere continuamente gli altri (i Verve, gli Oasis), abbondando in arrangiamenti d’archi (che, sia pur curati da un maestro degli archi come David Arnold, risultano essere molto spesso ridondanti) e in riff inutili. Insomma, l’impressione è che John Power abbia perso la vena creativa e, soprattutto, abbia dimenticato come si fa a scrivere una semplice pop song.
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