«THE 2ND LAW - Muse» la recensione di Rockol

Muse - THE 2ND LAW - la recensione

Recensione del 01 ott 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Sedete e godetevi lo spettacolo. Quando arriva un disco dei Muse potete star certi che non ci si annoia. Si canta a squarciagola, qualche volta si balla, ci si fa trascinare o ci si incazza. Ma non si può rimanere indifferenti, questo è certo.

Non sono una band dalle mezze misure: lo si sa bene. Generano reazioni opposte, ed è il loro bello. Così come è da apprezzare che ogni volta, nel bene e nel male, ti lascino a bocca aperta. “The 2nd law” non fa eccezioni, soprattutto nel bene: è il disco più vario ed eterogeneo che la band abbia prodotto.
Ci sono i tratti distintivi del gruppo: la magniloquenza, l’epicità musicale, la cupezza nei testi, a partire dal titolo (la seconda legge della termodinamica dice che in un sistema chiuso l’entropia aumenta e l’energia si disperde: ergo siamo destinati al declino), dalla copertina (rappresentazione fluorescente dei percorsi energetici nei neuroni del cervello umano).
E sì, anche nella musica. Chi si è spaventato sentendo “Survival” - canzone tema delle olimpiadi e forse il pezzo più magniloquente mai inciso dalla band - ha di che consolarsi con canzoni come “Madness” (con quell’assolo che sembra arrivare da “I want to break free” dei Queen), “Explorers” “Animals”: quasi una prova di understatement per i canoni della band, canzoni che funzionano benissimo esattamente per questo motivo.



C’è il pop-rock spudoratamente anni ’80 di “Panic station” (“Siamo riusciti a mettere lo slap-bass e a farla franca”, ci hanno raccontato quando li abbiamo intervistati; già proprio quella tecnica di suonare il basso percuotendolo con il pollice, resa popolare al tempo da gruppi come Level 42 e - fortunatamente - caduta nell’oblio). Ci sono le due canzoni scritte e cantate da Chris Wolstenholme, che fa una dignitosa figura, soprattutto pensando che fino a pochi anni fa era perso nei fumi dell’alcol. E c’è l’inevitabile suite finale, dove i Muse mettono dentro di tutto un po’, da Skrillex alla classica.
E’ un viaggio sulle montagne russe, questo album: omogeneo nella sua disomogeneità. Riconoscibilissimo eppure diverso: che vi piacciano o no, i Muse hanno il pregio di non sedersi sugli allori, di mirare in alto. Non sempre la mira è a fuoco. Ma questa volta sparano in direzioni differenti, a bersagli tra loro apparentemente distanti e se non fanno centro pieno, almeno ci si avvicinano parecchio.
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