«SUGARING SEASON - Beth Orton» la recensione di Rockol

Beth Orton - SUGARING SEASON - la recensione

Recensione del 01 ott 2012 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Nel New England la "sugaring season" in cui si produce lo sciroppo d'acero cade agli inizi della primavera, ma il nuovo album di Beth Orton è perfetto anche per una Estate Indiana, i colori accesi e rossastri che infiammano i boschi e le foreste durante l'autunno. E' un disco concepito di notte e perfetto per l'ascolto notturno, registrato in Oregon ma con l'impronta marcata del folk inglese: musica in transito tra continenti, di passaggio tra le stagioni. Dopo sei anni di semireclusione e una doppia maternità, la figura fragile e sottile della Orton cominciava a sbiadire anche nella memoria di chi, nel 1996, si era entusiasmato per "Trailer park", qualche anno fa celebrato dalla Sony con una "legacy edition" e considerato uno dei primi esempi di folktronica, ballate acustiche trattate con beats e interferenze sintetiche. Dimenticatelo, già col precedente "Comfort of strangers" la cantante del Norfolk che una volta frequentava Chemical Brothers e William Orbit ha preso altre strade, e oggi è più facile trovarla a far musica in uno studio di Portland o in un granaio del Vermont (patria del marito e cantautore Sam Amidon, presenza costante e discreta in questo disco) che in un club londinese alla moda.
Ha preso lezioni di chitarra dal compianto Bert Jansch (un privilegio raro), ha ascoltato i Pentangle, si è fermata a scrivere e riflettere e si sente. Perché questo bellissimo disco - sbilanciamoci: il migliore dei cinque pubblicati finora, non contiamo neppure l'incerto e semisconosciuto esordio "SuperPinkyMandy" - profuma di anni '70, si tuffa in introspezioni profonde, si sintonizza spesso sulle onde alfa del subconscio abitando una terra magica e arcana. Il folk rock inglese più esoterico e "fusion" di quarant'anni fa, improvvisamente riportato in auge da gruppi americani come Fleet Foxes e Midlake , ha lasciato segni profondi nella psiche della quarantenne Beth (che in passato aveva già frequentato le canzoni di John Martyn e di Nick Drake) e adeguato riscontro nella produzione sintonica di Tucker Martine, uno che lavorando con gente come i Decemberists e sua moglie Laura Veirs - anche loro, in varia misura, qui presenti - sa cosa ci vuole per far vibrare le corde più profonde di un disco nato con queste premesse. Arrivano da quella tradizione rivisitata, rigurgitati con una sensibilità moderna, le sinuosità quasi psichedeliche di "Magpie", le viole e gli harmonium, le umbratili sezioni d'archi, le gazze, i corvi e le ghiandaie che nella tradizione popolare assumono sempre significati simbolici e sembianze umane, le parabole moraleggianti che traggono ispirazione da versi di William Blake (con il contrabbasso e il picking di chitarra acustica, "Poison tree", è davvero molto Pentangle), quel delicato intreccio prevalentemente acustico che è la stoffa sottile e robusta del disco.





Un album breve e intenso come un vecchio Lp in vinile, elettrizzato da una voce roca, eterea, ipnotica e nasale che oscilla sempre vicino al punto di rottura trasmettendo ispirazione, calore e passione. Impreziosito da scelte perfette di arrangiamento e piccoli, magistrali tocchi strumentali: il drumming agile e jazzy dell'asso delle percussioni Brian Blade, una fisarmonica nella danza elegante di "Dawn chorus", la puntuale e parsimoniosa chitarra elettrica di Marc Ribot in una ballata struggente come "Something more beautiful", con quel mood stile Fairport Convention ai tempi belli di "Unhalfbricking" e di Sandy Denny , al cui "old fashioned waltz" si può accostare anche il valzer pianistico e demodé di "See through blue" (che in realtà incorpora elementi di "La douce Emma", dal repertorio di Louise Forestier, canadese del Quebec). C'è anche Roberta Flack , tra le fonti di ispirazioni dichiarate dalla Orton, e forse è riconducibile proprio a quell'imprinting giovanile il magnifico pop-soul-blues di "Last leaves of Autumn", un titolo che è tutto un programma e che inclina sul lato "americano" dell'album quanto il banjo della scanzonata "Call me the breeze", davvero un alito di vento fresco e poetico. Nella sua apparente, stralunata e un po' allampanata fragilità, la dolce Beth mostra di avere sviluppato l'ossatura robusta di una grande songwriter e interprete (le cover le piacciono, ne ha incise tre per la edizione deluxe dell'album). Dopo momenti di dubbio e di dramma, sembra davvero che fluttui in uno stato di grazia, come canta in una delle sue nuove canzoni. E spesso, ad esempio quando celebra la nascita di sua figlia nel pezzo conclusivo, più rarefatto e forse più stregato del disco ("Mystery"), riesce a portare la sua musica in una dimensione ultraterrena, soffice, onirica: "Sugaring season" non appassirà al prossimo mutare di stagione.
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