ONE DAY I'M GOING TO SOAR

BMG Righst Management (CD)

Voto Rockol: 3.5 / 5
Peana in Inghilterra, accoglienza tiepida in Italia. La Manica fa da spartiacque nei giudizi che piovono sul clamoroso ritorno dei Dexys (oggi non più Midnight Runners), ventisette anni tondi dopo quel "Don't stand me down" che - immeritatamente - ne affossò una carriera partita con il botto e due album di grande successo. L'imperscrutabile Kevin Rowland, matto come un cavallo, da allora le ha tentate tutte per sconcertare il pubblico, compreso quel disco di cover del '99 servito su una copertina (lui ritratto a petto nudo, mutandine nere e reggicalze) che è diventata imprescindibile nelle liste delle "worst record covers" di tutti i tempi.
Tormentato e ossessivamente perfezionista, Rowland si è riavvicinato alla sua creatura con lentezza e circospezione - la band s'è riformata per una serie di concerti nel 2003, mentre i primi semi di questo disco sono stati gettati cinque, sei anni fa - ed è arrivato alla soluzione del rompicapo solo grazie al fondamentale apporto di Mick Talbot, Dexys della primissima ora prima di diventare la spalla di Paul Weller negli Style Council ai tempi in cui il Modfather frequentava più volentieri i bistrot parigini dei pub di Londra. Come un allenatore assalito dai dubbi ha rimaneggiato una volta ancora la formazione, anche se sono rimasti di ruolo vecchie conoscenze come il trombonista Jim Paterson e il bassista Pete Willis. E ha rivoluzionato il "dress code", lo stile di abbigliamento che per le gang inglesi, si tratti di mods, rockers o rude boys , è sempre una seconda pelle e una carta di identità: via, allora, gli stracci zingareschi di "Too-rye-ay" (ai tempi in cui "Come on Eileen" imperversava nei juke box e i Dexys venivano ospiti persino a Discoring) e il look impeccabile, da college universitario, di "Don't stand me down": Kevin, Mick e gli altri son tornati agli anni '30 e '40 del secolo scorso, baschi, maglioni e pantaloni larghi in stile parigino per i maschi, gonne e acconciature da femme fatale o da dive di Hollywood per le signore.
Hanno cambiato tutto per non cambiare niente: "Vestiremo grandi abiti e faremo musica piena di soul" era la promessa del leader alla fine degli anni Settanta; e quella è rimasta in "One day I'm going to soar". La voce di Rowland è meno singhiozzante e più controllata di un tempo, ma queste canzoni fuori dal tempo riallacciano il filo proprio con il vituperato e bellissimo "Don't stand me down": melodie semplici e ariose, archi e molto pianoforte, mentre i riff fiatistici d'antan riguadagnano la ribalta nei pezzi più upbeat, "Now", "Free" e "Incapable of love", una scoppiettante conversazione in musica tipicamente Dexys tra il leader e l'attrice/cantante Madeleine Hyland. Blue eyed soul, o meglio Celtic soul di pura marca Rowland, che strizza ancora l'occhio a Marvin Gaye (citato esplicitamente), al Philly Sound e a Van Morrison con suoni stagionati e apparentemente "live". Così si imbastisce la trama di un disco che si snoda come un romanzo di formazione, una successione cronologica di ricordi d'infanzia, memorie amorose, progetti e sogni infranti tra realtà e finzione, autobiografia confessionale e rappresentazione teatrale. Un racconto che finirebbe sui toni malinconici e nichilisti di "It's ok John Joe", morbida, nostalgica e introdotta (un altro marchio di fabbrica) dal parlato di Rowland, non fosse per la ripresa di "Free" che solleva anima e morale in zona Cesarini perché, anche se il protagonista si dichiara incapace di amare e non si sente a casa in nessun luogo, confida un giorno di riuscire ad alzarsi in volo.
E' una narrazione scorrevole, a tratti avvincente e senza intoppi, dall'inizio rétro e il basso sincopato di "Now" alle delicatezze romantico-cinematografiche di "Lost" (un terzinato in cui ha messo lo zampino anche Alex James dei Blur) e "She got a wiggle", il primo singolo con la batteria altissima nel mix a scandire il ritmo. Rowland ama prendersi i suoi tempi, dilatare le sue canzoni pop su sei o sette minuti di durata specie quando dà sfogo all'enfasi e alla teatralità ("I'm thinking of you", un lento da mattonella con tanto di solo di sax voluttuoso) o tira fuori il suo lato gigionesco ("I'm always going to love you" costeggia la disco anni Settanta, di sfondo a un altro dialogo tra protagonista maschile e femminile); Talbot, intanto, rispolvera le atmosfere bossa jazz e new cool degli Style Council in "Me", mentre nei crediti della sconsolata e melodiosa "Nowhere is home" compare addirittura il nome dell'ex Sex Pistol Glen Matlock, che non immaginavamo così sentimentale. Pezzi lenti alternati a pezzi veloci, come in una vecchia sala da ballo inglese, e non c'è bisogno di essere British per farsi tirare in pista: in "One day I'm going to soar" Rowland canta con tutta la passione di cui è capace, danzando avvinghiato ai suoni e ai sogni della sua gioventù.




(Alfredo Marziano)