«BRILLIANT - Ultravox» la recensione di Rockol

Ultravox - BRILLIANT - la recensione

Recensione del 18 giu 2012 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

In principio erano i Tiger Lily. In una Londra ancora un po' hippie, musicalmente terra di conquista dei rockosauri, tra il 1973 ed il 1974 il gruppo visse una breve stagione a base di glam e ubriacature bowiane con un solo singolo all'attivo, "Ain't misbehavin'". Poi la band cambiò nome varie volte per infine stabilizzarsi, nel 1976, in Ultravox! con tanto di punto esclamativo. Il cantante era Dennis Leigh, il quale però preferì farsi chiamare John Foxx perché, beh, suonava meglio. Il bassista era Christopher Thomas Allen, il quale optò per Chris Cross. Esatto, suonava meglio. Estate 1976, laLong Hot Summer, deflagra il punk e qualcosa muta anche all'interno degli Ultravox; però fino ad un certo punto, perchÈ la direzione è già tracciata e sa di Roxy Music, Kraftwerk, New York Dolls. Nel febbraio 1977, in pieno periodo punk, esce il loro primo album, "Ultravox!". La copertina - per i tempi - è sensazionale, una dichiarazione, un'immagine forte. Le vendite però sono scarse. La band allora decide di strizzare maggiormente l'occhio al sound del periodo e pochissimi mesi dopo pubblica "Ha!-Ha!-Ha!". E' un altro bel flop, però si parla di loro sempre di più. Il punk sfuma, si va verso la new-wave, il gruppo perde sia il chitarrista Stevie Shears sia il punto esclamativo.
Con il terzo album, "Systems of romance", le cose devono andare bene per forza sennò sono casini. E invece, anche se si tenta il trucco delle tre carte mettendo le chitarre di sfondo e portando in prima linea le tastiere, va male anche quello. Sembra la fine. La Island licenzia la band, John Foxx se ne va, gli Ultravox sbandano ma quando tutto sembra perduto ecco che arriva Midge Ure. La formazione si ricompatta e nel luglio 1980 pubblica "Vienna". Il disco, capolavoro di synth-pop decadente, esce per Chrysalis Records e in Gran Bretagna è un grande successo. "Vienna" è anche l'album che genera la line-up oggi definita "classica" e cioè Warren Cann, Chris Cross, Billy Currie e Midge Ure. E' e rimarrà il periodo d'oro degli Ultravox: "Vienna", "Rage in Eden", "Quartet", "Lament", uno splendido commento sonoro alla prima metà degli anni Ottanta. Con tanti bei brani: "All stood still", la stessa "Vienna", "We came to dance", "Dancing with tears in my eyes". Poi cambia tutto. Muta l'humus dal quale si era sviluppata la band, Cann viene licenziato, va tutto a rotoli, via anche Ure e Cross. Negli anni Novanta, con formazioni raffazzonate per non dire ignobili, arriveranno altri due album che giustamente non interessano a nessuno. Warren Cann, Chris Cross, Billy Currie e Midge Ure rispolverano l'ammaccato marchio per un tour che si tiene nell'aprile 2009; i quattro non suonavano tutti assieme dal 1985. L'interesse è buono, vengono ripubblicati "Quartet" e il live "Monument". Nel gennaio 2011 viene annunciato che esistono nuovi brani e che presto arriverà un nuovo album.
Presto mica tanto: il disco del ritorno, "Brilliant", è arrivato solamente adesso. Non è agevole giudicare "Brilliant". E' un lavoro che deve necessariamente rivolgersi ad una fanbase largamente nostalgica e che poco apprezzerebbe svolte epocali. Che infatti non ci sono: sarebbero un suicidio. "Live again" parte in quarta e si torna ai vecchi tempi, con tanto di synth e canto libero e che si libra: cosa potrebbe volere di pi˘ un "vecchio" fan degli Ultravox? L'antifona si capisce quasi subito: il passato torna in "Flow" (singole note di piano, grandi aperture vocali), nella discreta ballata sintetica "The change", in una quasi beatlesiana "This one", in una "Fall" con maestoso senso di fragilità. Insomma in un po' dappertutto. Gli spunti migliori sono probabilmentel'ispirata "Remembering", quasi minimale, atipica, plumbea; "Let it lie" che parte al brucio come ai vecchi tempi, ricorda i fasti di "We came to dance" e sa anche commuovere; e la conclusiva "Contact", commiato delicato e in punta di piedi, come un arrivederci o forse un addio triste ma inevitabile, indecisa tra canto del cigno o araba fenice.

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