«WHAT WE SAW FROM THE CHEAP SEATS - Regina Spektor» la recensione di Rockol

Regina Spektor - WHAT WE SAW FROM THE CHEAP SEATS - la recensione

Recensione del 14 giu 2012 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Essere eclettici, nel pop, è assai possibile nel 2012: c’è una tale moltitudine di esempi e ispirazioni da assemblare e contaminare che parlare di crossover diventa un nonsenso. Più difficile, invece, dare un significato alto alla propria originalità, come fa Regina Spektor, un’artista che quasi inconsciamente si è sempre fatta beffa delle etichette ed ha creato un non-genere suo. Per inquadrarla, l’unica è annoverarla tra le cantautrici. E, così facendo, chissà quante sue colleghe la detesteranno per avere spostato così in alto l’asticella.
"What we say from the cheap seats" è, come al solito, un album di testi molto particolari snocciolati in canzoni e ballate nelle quali l’artista gioca con una palette di intonazioni che a nessun altro verrebbe in mente di accostare, di suoni interrotti, di cambi di ritmo, di dissonanze. E di temi: la satira politica di “Ballad of a politician”, la gag italo-mafiosa di “Oh Marcello”, la leggerezza di “The party” (“sai di compleanno, assomigli al capodanno”), undici episodi che sembrano la scaletta di un concerto suonato in un teatro elegante, volutamente senza light show e senza rete, un po’ ai confini con il cabaret.
Provare a normalizzare un disco che all’inizio non sai nemmeno come prendere mi pare tentato omicidio. Sarò sincero, invece, e dirò che Regina Spektor è una musicista che ti arriva dentro con un approccio “bizzarro”. Non nel senso di anticonformista, ma inteso come strano. E’ come se vedesse – e, quindi, poi dicesse – le cose priva di maniere, fuori dai codici del linguaggio socialmente accettato, in un modo puro e infantile. Il contrasto è la sua natura e le liriche, dunque, regalano un piccolo campionario di immagini e uscite spiritose. E’ affascinante ascoltare il disco per la quinta volta e sentirlo finalmente compiuto; ma, prima, era stato divertente anche assaporare quella totale mancanza di amalgama tra le parole e i suoni. Lette in sequenza queste liriche sembrano gridare: “Cogli l’attimo”, ma anche: “Cresci!”.
Questo è un album che sceglie un suono minimale e nervoso – una sottile linea rossa che unisce canzoni molto diverse – per consegnare un messaggio di urgenza. In “Small town Moon”, il pezzo che lo apre, la Spektor realizza che “presto invecchieremo, oggi è il giorno in cui saremo più giovani di sempre”, mentre in “Jessica” implora: “Jessica, svegliati, è ora di diventare grande, quindi per favore svegliati”. In “How”, un brano sviluppato e arrangiato nel modo più classico possibile – una love song costruita su un’impalcatura tipicamente fifties – l’artista si strugge ma canta con un’intonazione talmente improbabile da suonare fuori luogo: continua a ripetersi una domanda retorica (“Come farò…?”), ma le esce un’espressione di sorpresa e curiosità, non quel lamento di sofferenza amorosa che il testo (se letto a sé stante) avrebbe suggerito.
"What we say from the cheap seats" è straordinariamente “nudo” in termini sonori. Regina co-produce, mentre la produzione è firmata da Mike Elizondo, un nome che sta all’hip hop più recente come Steve Cropper stava al soul e al r’n’b: quei personaggi gregari ma fondamentali, ogni tocco un successo. Sottrarlo dalla compagnia di Dr. Dre non doveva sembrare una scelta ovvia a priori, ma mi piace il suo lavoro – o, dovrei dire: la sua sommessa presenza. Elizondo non poteva che agire in sottrazione e, per quanto si sia assicurato che là dietro ci sia tutto ciò che deve, chissà com’è che poi riesce a farmi restare nelle orecchie solo la voce di Regina e un pianoforte. Quello stesso pianoforte di “Firewood”, la mia preferita: “Il piano non è ancora legna da ardere… Tutti sanno che vivrai, dunque potresti almeno provarci…Tutti sanno che amerai, anche se non c’è cura contro il pianto”.

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