«LA GRANDE MADRE - Pino Daniele» la recensione di Rockol

Pino Daniele - LA GRANDE MADRE - la recensione

Recensione del 02 apr 2012 a cura di Paola De Simone

La recensione

Lo ascolti una volta e con sufficienza dici: il solito disco di Pino Daniele. Poi lo riascolti e ti ricredi. Questo, più o meno, è quello che è successo a noi. Perché “La grande madre” è un lavoro tanto ricco da rendere difficile una comprensione immediata: ci sono molte corde vibranti, blues da vendere, del buon funky, suoni mediterranei, ritmi latini e persino un accenno di romanza imbastardita da una punta di rock. E sì che in “Passi d’autore” (BMG, 2004) Pino Daniele ci aveva spiazzato con i madrigali, ma se quello aveva tutta l’aria di essere un esperimento teso a stupire, qui il mascalzone latino sembra meno tattico e più se stesso, al punto da lasciarsi andare come in una jam session.
“La grande madre” sfodera, infatti, una libertà di espressione musicale che offre fluidità e abbondanza al disco, merito senz’altro della strada indipendente intrapresa da Daniele con la sua etichetta Blue Drag (nome ispirato a una canzone di Django Reinhardt di fine anni 30). Ed essere indipendente, lo sappiamo, significa non dover scendere a compromessi e non dover fare felice nessuno, oltre se stessi. Allora è chiaro che il Pino Daniele di oggi è autenticamente in questo disco: un autore capace, un musicista curioso - che sta imparando negli anni a fare squadra - e un compositore appassionato. Ingredienti che non basterebbero se ad amalgamare il tutto non fossero i talenti musicali, internazionali e di casa nostra, di cui Daniele si è circondato, tra i quali lo statunitense Steve Gadd alla batteria (già accanto a Eric Clapton, Paul MacCartney, James Taylor), il pianista Chris Stainton (Joe Cocker, Eric Clapton, Bryan Ferry), il sassofonista Mel Collins (Dire Straits, The Rolling Stones, Tom Waits, Eric Clapton) e altri.
Lo avete notato anche voi? Già, il nome di Eric Clapton aleggia in questo disco, ma soprattutto perché Pino Daniele ha scelto di tradurre in italiano (osando, ma a ragione) la storica “Wonderful tonight”, a sottolineare una stima per il collega già sfociata in un concerto a due chitarre la scorsa estate. A conti fatti, tutti i testi sono opera di Daniele, che non si limita a parlare d’amore – che pur resta il tema ricorrente – ma pone l’accento anche su temi più esistenziali. E così spiccano nel mucchio la title-track (sicuramente il brano più completo), la delicata “Due scarpe” e la concisa, ma convincente, “Coffee time”. E per non farsi mancare niente, una composizione è solo strumentale (“The lady of my heart “) e un’altra, “Searching for the water life”, è stata realizzata in inglese – con una pronuncia che ci saremmo risparmiati volentieri - a sostegno della campagna Save the Children Every One, per arginare la mortalità infantile. Comunque, testi o non testi, è chiaramente la musica a dominare in questo disco, con le chitarre in primo piano e una discreta generosità di assoli. E a proposito di generosità, sarà per la grande possibilità di scelta (e fantasia) che offre l’autoproduzione, ma un booklet così abbondante non è consueto nella discografia italiana, ci sono testi, spartiti, foto recenti e storiche, una biografia completa e addirittura una mail inviata a Pino Daniele da Enzo Avitabile, copiata e incollata, per un omaggio alla Parlesia (versione riveduta e corretta del dialetto napoletano, qui citata nel brano dialettale “’O fra”). Il tutto con apposita traduzione in inglese, segno di una chiara apertura verso il mercato estero, perché la grande madre - che è puro istinto - è ovunque.

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