«HURRY UP, WE’RE DREAMING - M83» la recensione di Rockol

M83 - HURRY UP, WE’RE DREAMING - la recensione

Recensione del 24 ott 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

E’ mattina, il sole è alto, il cielo azzurro. Anthony Gonzalez entra in studio, saluta Justin (Meldal-Johnsen, il produttore di turno), lo guarda negli occhi e poi sgancia la bomba: “Senti e se facessimo un album doppio?”. Per come la vedo io, la storia potrebbe tranquillamente essere andata così, dettaglio più, dettaglio meno. “Saturday = Youth” è ormai vecchio di tre anni, gli M83 hanno appena portato a termine con grande successo una serie di date a supporto di gente come Killers, Kings of Leon e Depeche Mode e c’è da mettersi al lavoro sul nuovo disco. Perché non osare? Del resto, sognare non costa nulla e una (one man) band al sesto album e con le spalle ormai coperte, può permettersi di correre qualche rischio.
“Hurry up, we’re dreaming” è questo rischio: ventidue pezzi in scaletta per un’ora e dodici minuti di musica. Vista la mole del progetto, Gonzalez chiama a raccolta una lista infinita (quasi cinquanta persone) di amici, musicisti e tecnici tra cui il fratello Yann, Brad Laner dei Medicine, la cantante russo/americana Zola Jesus, e il già citato bassista di Beck e dei Nine Inch Nails Justin Meldal-Johnsen. L’idea, particolarmente ambiziosa, è di mettere insieme un lavoro dai toni epici, qualcosa di maestoso che elevi il concetto di musica pop a un nuovo livello d’intensità. Perché è di pop che stiamo parlando. Sintetico, neo shoegaze, acustico, elettronico, indie e post rock. Eppure sempre pop. Definito dallo stesso Gonzalez come “…un disco che parla di sogni, di come ognuno sia diverso dall’altro, di come si sogna in modo diverso quando si è bambini, teenager o adulti”, “Hurry up, we’re dreaming” è strutturato alla maniera dei vecchi concept album (introduzione, parte centrale, intervalli e conclusione, il tutto spalmato su due dischi), senza uno sviluppo narrativo preciso ma con un unico macro tema a legare il tutto. Una mossa che ha permesso a Gonzalez di variare il sound in totale libertà e di confrontarsi con i generi più diversi. Vedi l’indie pop spigliato e ballabile della track d’apertura “Intro” (featuring un’immensa Zola Jesus), di “Midnight city” (un vero capolavoro l’assolone di sax finale, manco stessimo parlando del sempre eterno “Big Man” Clarence Clemons), “Reunion” e “Claudia Lewis”. L’elettronica quasi ambient degli interludi “Where the boats go”, “Train to Pluton”, “When will you come home”, “Another wave from you” e “Fountains”. Il power pop dal sapore shoegaze dell’esplosiva “New map” e la psichedelia colorata di “Year one, one UFO” e “Steve McQueen” (Animal Collective da cima a fondo). E ancora. Ballate acustiche come “Soon my friend” e la stupenda “Wait” dal finale in crescendo da far invidia ai Sigur Rós, il divertissement sintetico bambinesco “Raconte-moi une histoire”, la tirata quasi completamente strumentale farcita di synth “This bright flash”, la colonna sonora di tristi amori robotici “Splendor”. Ci pensano poi due pezzi come “My tears are becoming a sea” e “Echoes of mine” (più il finale catartico “Outro”) a portare definitivamente a termine la missione imposta dallo stesso Gonzalez: elettro pop magniloquente allo stato puro, tanto pomposi da sembrare quasi strafottenti. Grandeur francese si dirà, e per una volta senza smorfie di sarcastico fastidio.
Perché la verità è che il francesissimo Anthony Gonzalez, con “Hurry up, we’re dreaming” ha trovato la quadratura del cerchio, l’equilibrio perfetto tra pop song e sperimentazione elettronica, tra melodia facile e raffinatezza d’esecuzione, tra ruffianeria e vero sentimento. E tutto questo va celebrato perché per quanto palesemente strabordante, fastoso e sopra le righe (e quale sogno non lo è?) è incredibilmente ricco di idee, alcune buone, altre addirittura ottime (specialmente nella prima parte). Perché produrre un disco del genere è stato un rischio e ultimamente quelli che decidono di correrne sono proprio pochini (Gonzales per fortuna è uno che sa scrivere e si è meritato carta bianca). E infine perché segna un passo importante nella vita degli M83, il passaggio definitivo al grande pubblico. Ergo rischierà di piacere a un sacco di gente, e quando inizi a piacere a molti, si sa, smetti di piacere a pochi. Pace e amen, ce ne faremo una ragione. È la solita maledizione del pop di qualità.

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