«REVERIE - Joe Henry» la recensione di Rockol

Joe Henry - REVERIE - la recensione

Recensione del 24 ott 2011

La recensione

Il destino ha riservato a Joe Henry un posto di seconda fila. Gli intenditori lo conoscono per il suo curriculum di raffinato e sensibile produttore (Ani DiFranco, Aimee Mann, Mary Gauthier, Aaron Neville, Bettye LaVette, l'arcivescovo del soul Solomon Burke nel disco forse più bello degli ultimi quarant'anni di carriera, "Don't give up on me" ), gli amanti dei trivia e del gossip lo ricordano solo perché ha sposato la sorella di Madonna, eppure lui è nato singer-songwriter molti anni fa, ai tempi in cui i cantautori finivano sotto contratto con le major, pubblicavano piccoli capolavori come "Shuffletown" e venivano regolarmente scaricati dopo un paio di album perché incapaci di garantire vendite pari alle attese. Oggi ne parlano spesso come di un fratello minore di Tom Waits sminuendone ancora una volta valore ed originalità, anche se certe somiglianze con il maestro di Pomona sono innegabili: colto, elegante e loquace, anche Henry vive in un mondo antico popolato di suoni, strumenti e oggetti desueti, lontanissimo dalle mode e dagli imperativi correnti, condividendo con il ben più celebrato collega l'etichetta discografica (la lungimirante Anti-) e qualche collaboratore musicale, in primis quel mago minimalista della sei corde che risponde al nome di Marc Ribot. Produce dischi con parsimonia, Joe, ma difficilmente delude il suo ristretto pubblico di fedelissimi. Già stregati dalla sua ultima opera, questo "Reverie" che fin dal titolo tradisce la sua natura fantastica e sognante: un disco interamente acustico che lui stesso definisce "un affare crudo, rauco e confusionario", uno spaventapasseri "con braccia e gambe di lunghezza variabile e la testa tenuta insieme dal filo zincato". Più waitsiano di così...Però Henry ha una personalità distinta, un suo universo di riferimento intriso di suggestioni letterarie, cinematografiche e musicali che si annidano tra gli anni '40 e '50, prima di Elvis e del rock'n'roll. E ha un suo "suono", caratteristico e inconfondibile di cui anche stavolta sono parte integrante i suoi più stretti collaboratori, il batterista Jay Bellerose, il bassista David Piltch e il pianista Keefus Ciancia, tutti attori protagonisti in ruoli di primo piano. I suoi album hanno sempre una ragion d'essere, una scintilla, un punto di partenza: lo spunto, spiega lui prodigo come sempre di dettagli e particolari, è arrivato stavolta dalla visione in un museo spagnolo dei dipinti giovanili di Picasso e dall'ascolto ripetuto di "Money jungle", avventuroso disco datato 1963 a firma di tre giganti come Duke Ellington, Max Roach e Charles Mingus. E non si pensi a puri sfizi snob, perché se Ornette Coleman e Brad Mehldau (ospiti di "Scar", 2001) stavolta non ci sono, la libertà della pittura astratta e del jazz sono stelle polari che orientano il percorso: Henry continua a frequentare il mondo della canzone ma le sue sono spesso composizioni senza un baricentro fisso, dipinti sghembi, racconti che divagano per poi riavvolgersi intorno a un tema conduttore. "Reverie" è lungo (più di sessanta minuti) e rarefatto. Impegnativo all'ascolto - siete avvertiti -, danza lentamente a un passo mai più veloce del tempo di valzer ("Heaven's escape"), mischiando le ballad da crooner romantico e stropicciato ("After the war", "Eyes out for you") al country/roots di "Odetta", il tango di "Strung" al ragtime e al blues di "Sticks and stones", "Deathbead version" e "Dark tears" per disegnare un affresco in bianco e nero ("ma non senza sangue rosso nelle vene"), una storia ondivaga che ha per tema centrale e unitario l'inutilità di opporsi al tempo che passa (come sempre, i testi di Henry attingono a un vocabolario ricco, poetico e immaginifico). Ogni tanto gli fa da controcanto la vocalist Jean McClain, la chitarra acustica di Ribot ricama con assoluta discrezione giusto in un paio d'occasioni, l'organo idraulico di Patrick Warren lascia una lieve bava sonora su "The world and all I Know" mentre l'emergente Lisa Hannigan (di cui Henry ha prodotto il nuovo disco), da Dublino, aggiunge qualche colore vocale e strumentale a "Piano furnace". Ma per il resto Joe fa da sé ("Tomorrow is October" e "Room at Arles", una dedica a Vic Chesnutt che rievoca il titolo di un celebre quadro di Van Gogh, sono quiete riflessioni per voce e chitarra), o con il trio base che per tre giorni s'è trovato a suonare a contatto di gomito nel suo home studio di Los Angeles. Incrociando legni, corde, pelli e tasti in un ambiente promiscuo, con le finestre aperte sul mondo: latrati di cani, cinguetii di uccelli, rumori di strada si infilano nelle trame scarne della musica, a suggerire che questa fantasticheria ad occhi aperti, che davvero somiglia a un film anni '40 o a un quadro di Picasso più che a un disco pop del duemila, appartiene comunque a lui, alla realtà, all'ora e adesso.




(Alfredo Marziano)
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