«ASHES & FIRE - Ryan Adams» la recensione di Rockol

Ryan Adams - ASHES & FIRE - la recensione

Recensione del 06 ott 2011

La recensione

A chi o a che cosa attribuirne il merito? All’amore per la moglie Mandy Moore, alla grave infezione all’orecchio che lo ha costretto a frenare il ritmo e a cambiare stile di vita, alla sapienza del produttore Glyn Johns? O più semplicemente a una maturità artistica finalmente acquisita alla soglia dei trentasette anni (li compie giusto tra un mese, il 5 novembre). Il fatto è che “Ashes & fire” è il miglior disco della disordinata, tumultuosa, schizofrenica, pazzoide carriera discografica di Ryan Adams dai tempi dei primi e sempre lodati “Heartbreaker” e “Gold”. Magari - mi sbilancio - persino meglio: più lineare del primo che ne segnò undici anni fa il promettente debutto da solista; più omogeneo del secondo, una spettacolare mini enciclopedia musicale che aveva nel citazionismo spinto il suo limite principale oltre che il suo motivo di godimento.
Il quasi settantenne Johns, un “rock and roll wizard and true gentleman” (parola di Adams) padre di quell’Ethan che con Ryan aveva già lavorato proficuamente proprio in occasione di quei primi due dischi (ma anche prima, ai tempi dei Whiskeytown), è un vecchio cowboy abituato ad addomesticare cavalli di razza (qualche nome? Beatles, Bob Dylan, Rolling Stones, Who, Clash…). Uno della vecchia scuola, più interessato a tirar fuori il meglio dagli artisti e a posizionare bene i microfoni che a imprimere un marchio personale e inconfondibile sulle registrazioni. Un seguace – in questa circostanza – della filosofia del “less is more”, un discepolo della vecchia teoria secondo cui è altrettanto importante ciò che si decide di NON suonare. Proprio quel che ci voleva per un creativo compulsivo, un casinista bulimico come Ryan.
Il risultato di questa dieta e di questa disciplina sono undici canzoni di atmosfera quieta e spesso rarefatta, registrate in presa diretta, in analogico “100 per cento” senza mai toccare neppure il tasto di un computer e con pochissime sovraincisioni aggiunte ex post. Il frutto, spiega Adams stesso sul suo profilo Facebook, di un amore e di una dedizione totale, di un’attenta e appassionata concentrazione nella scrittura dei pezzi. Ad ascoltarlo c’è da credergli: mai prima d’ora aveva confezionato un’opera così asciutta, omogenea, ordinata. “Classica”, in una parola.
Anche troppo? Dipende dai gusti: se, come il sottoscritto, vi sdilinquite per certo alt.country di razza e vi è venuto il mal d’orecchie ad ascoltare i pasticciacci metal di “Orion” (era uno scherzo, vero?) non potete chiedere di meglio di queste ballad e midtempo dalle sonorità pulite e cristalline, con le tastiere del grande Benmont Tench, punta di diamante degli Heartbreakers di Tom Petty , a irrobustire appena e contrappuntare di fioretto i semplici intrecci di chitarre, lap steel, basso e batteria (spettrali e spettacolari le ondulazioni del suo organo in “Do I want”: pura scuola Garth Hudson della Band). Peccato non avere ancora sottomano i testi, perché Ryan – anche scrittore, in una vita artistica parallela – è uno che con le parole ci sa fare eccome, e sicuramente ci sarebbe da rimuginare qualcosa su quei titoli e quei racconti che girano spesso intorno ai quattro elementi naturali, acqua fuoco terra aria (con l’aggiunta di un po’ di cenere).
Accontentiamoci, per ora, delle suggestioni della musica: “Dirty rain”, per esempio, una degna apertura che rimanda alla malinconica dolcezza di un Gene Clark o di un Eric Andersen anni Settanta, e che colloca il nuovo Adams dalle parti di Ray LaMontagne e di Ryan Bingham , sensibili epigoni di quella tradizione. O il Neil Young in tinta gospel di “Save me”, mentre nel soffice duettare di “Come home” e di “Kindness” Adams e Norah Jones resuscitano una volta ancora le magiche corrispondenze di Gram Parsons e di Emmylou Harris già evocate ai tempi di “Jacksonville city nights”. Ma dove quel pur pregevole album trasmetteva a tratti un senso di artificiosa affettazione, “Ashes & fire” suona sempre spontaneo, sincero, comunicativo.
Autentico e originale oltre che adeguatamente conciso, nelle sue canzoni che non ospitano una sola nota di troppo e nei suoi interventi strumentali misurati e funzionali: si tratti del piano honky tonk della title track, del violino di “Rocks”, del piano elettrico di “Invisible riverside”, degli archi di “I love you, but I don’t know what to say”, di quelle chitarre elettriche deliziosamente “twanging” o del solo “doppiato” su due piste di “Lucky man”. E’ ricco di spazio, di pause e di silenzi, “Ashes & fire”. Di stati d’animo e panorami in puro stile “Americana”: visioni di oceani, picchi montani, condor e coyote, come in quelle salutari camminate che, nella vita reale di Ryan, sembrano da qualche tempo aver preso il posto di psicofarmaci, tabacco e caffeina.
Adams s’è disintossicato, liberandosi da inutili scorie (anche musicali): questa conquistata sobrietà lo rigenera e lo rimette al centro della mappa. Speriamo che duri, e intanto celebriamo il suo (quasi inatteso) ritorno.




(Alfredo Marziano)
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