«THE PHIL COLLINS BIG BAND - A HOT NIGHT IN PARIS - Phil Collins» la recensione di Rockol

Phil Collins - THE PHIL COLLINS BIG BAND - A HOT NIGHT IN PARIS - la recensione

Recensione del 28 mag 1999

La recensione

Phil Collins? Quello che ha fatto la storia del progressive-rock con i Genesis di Peter Gabriel e del progressive-pop con i Genesis senza Peter Gabriel? Quello che mentre suonava e cantava con i Genesis dava quasi il meglio di sé nei Brand X, suonando un jazz rock che era quasi una versione inglese dei Weather Report? Sì, sì, certo, ho presente…e cosa fa adesso? Un disco live con una big band? Ah, e cosa suona? I pezzi dei Genesis e i suoi più un paio di cover (Miles Davis, Average White Band)? Ah, e…com’è? Inutile? Perché? Perché sembra uno di quegli orridi album tipo “La London Philarmonic Orchestra suona le canzoni degli… (inserire a scelta: Oasis, Abba, Who, ecc.

), soltanto arrangiato jazz e non classico? Ma bisogna capirlo, Phil: è da quando aveva visto nel 1966 la Big Band di Buddy Rich che voleva fare un album così, e cosa volete fare, rifiutare uno sfizio a uno che fino a oggi ha venduto oltre 100 milioni di dischi? Immaginatevi la scena: «Vuole fare il disco con la big band? Si accomodi, mister Collins, che tanto soltanto di edizioni noi della sua casa discografica saremo miliardari in eterno. E giochi, giochi pure con quei simpatici motivetti scritti da solo (“Sussudio”, “Against all odds”) o con il suo vecchio gruppo (“Invisible touch”, “Los endos suite”, “Hold on my heart”), anche se non canta e fa fare la melodia al sassofono più triste del mondo, che al Copacabana magari c’è qualche ‘commenda’ a cui piacerà». E lui, Phil, che in queste cose è come un bambino, ci si è buttato a capofitto, c’è da scommetterci qualunque cosa. Peccato che i suoi standard pop non vengano stravolti dal genio di turno, peccato che un esperimento interessante sulla carta diventi più o meno una Faustopapettata firmata Collins/Banks/Rutherford, peccato che venga voglia di sentire un jazz più asciutto e meno mastodontico di questo. E’ che qui c’è molto poco con cui emozionarsi, e che se il disco si intitola “una calda notte a Parigi” deve essere stato sicuramente perché era estate. Alla prossima, mister Collins, e senza offesa.

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