«DARKTOWN - Steve Hackett» la recensione di Rockol

Steve Hackett - DARKTOWN - la recensione

Recensione del 27 mag 1999

La recensione

La permanenza di Steve Hackett nel regno delle fate chiamato Genesis fu faccenda, grossomodo, di un quinquennio. La sua carriera come artista solista invece ha superato i vent’anni; ma ciò non lo sottrarrà mai al marchio Genesis. Anche perché, e i non pochi fedeli che lo hanno seguito negli allegri ’80 e nei più cupi ’90 lo sanno bene, molte delle pagine migliori della premiata ditta portavano impresso il suo contributo, il suo modo di fatto inimitabile di accostarsi alla chitarra, la sua disponibilità a calarsi in atmosfere epiche, gotiche e fiabesche. Se Gabriel in fin dei conti non era mai completamente serio, quando si avventurava lungo il Firth of Fifth o combatteva contro l’Erbaccia Gigante, Hackett ci credeva davvero. La sua carriera solista però ha sempre risentito di tanta cupa serietà; fantasioso e versatile quando si tratta di far uscire note dallo strumento, ammirevolmente vario per quanto concerne i temi affrontati dalle sue composizioni, è sempre stato drammaticamente impacciato per quanto riguarda i testi. Fondamentalmente, alla sua ispirazione fanno difetto la leggerezza, il romanticismo e lo slancio del genio. Il che è un difetto piuttosto comune e perdonabile in chi è essenzialmente un virtuoso della chitarra (nessuno ha mai preteso arte da Eric Clapton); ma lo può diventare in chi si prefigge di prendere per mano l’ascoltatore e portarlo, come vorrebbe la presentazione di “Darktown”, in un “parco tematico degli incubi”. Se i momenti migliori sono brani melodici tipo “Dreaming with open eyes”, ci si domanda se questo non succeda solo perché la melodia (qualsiasi melodia) richiede di solito meno impegno a mente e orecchie. Viceversa, le impennate e le fasi più drammatiche e angosciose (dopo tutto c’è un bel monumento funebre in copertina) non hanno altrettanta presa. Hackett poi si cimenta con il canto, cosa che non è da lui e fa risaltare in modo quasi anomalo il contributo di Jim Diamond (ex Ph.D) in “Days of long ago”. Ma possiamo capire i fans dei Genesis che si lasceranno vincere da quella chitarra, che qui e solo qui possono sentire. Per i cultori, e solo per loro, “Darktown” risulterà uno scrigno sufficientemente pieno di gemme, e lo decreteranno - e questo è vero - uno dei dischi migliori dell’autore di “Horizons”.
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