«GALLANTRY'S FAVORITE SON - Scott Matthew» la recensione di Rockol

Scott Matthew - GALLANTRY'S FAVORITE SON - la recensione

Recensione del 20 giu 2011 a cura di Rossella Romano

La recensione

La storia musicale di Scott Matthew inizia con gli Elva Snow, gruppo indie ma non troppo, di nicchia ma non troppo, originale ma non troppo. Matthew ed il compagno d'avventura Spencer Cobrin, ex collaboratore di Morrissey, pubblicano un solo album eponimo nel 2005, poi il progetto si prende una pausa.
Matthew comincia a camminare da solo, e pubblica due dischi, uno intitolato con il suo nome e cognome, del 2007, l'altro è "There is an ocean that divides" del 2009. Entrambi i lavori del cantautore australiano smuovono i cuori del folker più arditi, ormai immemori del primitivo lavoro degli Elva. Arriva ora la prova del nove con la terza produzione. Dal titolo alquanto particolare, "Gallantry's favorite son", letteralmente "il figlio prediletto della galanteria", ad indicare l'animo gentile di colui che canta, è composto da undici brani dal sapore nostalgico, a tratti malinconico. Il disco si apre con "Black bird", brano intenso, dalla melodia dolce, dolcissima, il violino ti culla verso distese sperdute, alla "Into the wild", e il pensiero comicia a perdersi. Si prosegue con l'intro di chitarra acustica di "True sting", un folk leggiadro, adatto a tutti i tipi di orecchie, anche le meno alternative. Una canzone d'addio. Un'addio sentito, necessario. "Felicity" spezza la melancolia dei primi due brani: Scott fischietta un motivetto carezzevole e si accompagna ad una voce femminile. "Felicity è il tuo compleanno, auguri", recita il testo, e melodicamente non poteva che essere sull'allegro andante. Si ritorna nella profondità dei sentimenti con "Duet", una canzone d'amore dedicata alla perdita di sè stessi nella coppia, e al volersi salvare a vicenda. Situazione comune a molti. Incalzano "Buried alive", dal titolo davvero significativo, e "Devil's only child", che ricorda molto i lavori degli Elbow, il cui richiamo nell'album di Scott è davvero forte e chiaro. "Sinking" e "Seeding" lasciano senza fiato per gli arrangiamenti e per la voce di Matthew, che diventa talmente simile a Antony Hegartyda lasciare a bocca aperta. Trasporto e sogno uniti nelle stesse note. "The wonder of falling in love" ha un inizio quasi jazzato, adatto ad un testo fresco e senza troppe pretese, ricco di cori e doppie voci. La chiusura di questo terzo lavoro è lasciata a "Sweet kiss in the afterlife", un bacio senza spazio e tempo, ultraterreno, e a "No place called hell", che ricorda moltissimo le atmosfere di "Somewhere over the rainbow". Un arrivederci scanzonato, spiazza data l'apertura. Molto bene, questo "Gallantry's favorite son": racchiude il suo meglio nei brani impegnati ma si fa apprezzare anche nei pezzi più "soft". Prova del nove riuscita, caro Scott.

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