«LIVE MUSIC - Joe Jackson» la recensione di Rockol

Joe Jackson - LIVE MUSIC - la recensione

Recensione del 06 giu 2011

La recensione

“Nella serata giusta – succede di rado, ma capita di coglierne qualche barlume – ci mettiamo a volare. E’ come se la musica avesse il potere di neutralizzare la forza di gravità. Siamo come quei matti che vedi in tv saltar giù da un aereo e tenersi per le braccia in caduta libera. Non sembra mai che stiano per precipitare, piuttosto che fluttuino come se il tempo si fosse fermato”. Così descriveva l’esperienza magica del concerto Joe Jackson, in un passaggio dell’autobiografia “Cure for gravity” (1999) riprodotto sul fronte copertina dell’’album “Summer in the city” (2000). Un disco molto simile, nell’impianto e nella confezione sonora, a questo “Live music” piovuto sul mercato a colmare un silenzio che si faceva troppo lungo (sono passati tre anni da “Rain”): registrazione live, formazione a trio (con l’insostituibile/impareggiabile Graham Maby al basso e il batterista originario della Joe Jackson Band Dave Houghton al posto di Gary Burke), scaletta mista tra pezzi autografi e cover e un solo titolo in comune con il predecessore, a riprova dell’ampiezza del repertorio cui può attingere il vecchio Joe. Intanto sono passati undici anni, e al fisiologico calo di energia Jackson sopperisce con la classe, l’esperienza e quel gusto ingegnoso di reinvenzione degli arrangiamenti che ha sempre reso consigliabile non perdersi i suoi concerti. E’ una dote rara, che si conferma a sprazzi anche in un contesto così scarno ed essenziale; nel tour europeo del 2010 documentato da questo cd (nessuna data in Italia), “Another world” e “Sunday papers” perdevano qualcosa degli aromi salsa e reggae delle versioni originali conservando una bella vitalità, mentre la famosa “Steppin’ out” (il maggiore successo internazionale del nostro, più volte “coverizzato” e ripreso in film, telefilm e videogiochi) rinunciava a quel datato ritmo di batteria elettronica anni Ottanta per assumere una dimensione più intimista. Tutto è possibile, grazie a un trio affiatatissimo ricostituitosi nel 2003 (allora era della partita anche il chitarrista Gary Sanford) in occasione di quel “Volume 4” di cui qui resta poco o niente: giusto un souvenir, “Still alive”, perché Jackson è uno che si sbarazza in fretta del passato specie se – come in quel caso – ha lasciato poche tracce nella memoria collettiva. Scorbutico e bastian contrario per natura, il British espatriato e giramondo non si sogna comunque di disattendere le aspettative del suo pubblico: così attinge copiosamente al suo disco più popolare, “Night and day” (cinque selezioni, quasi metà della setlist), e ricorda en passant il passato remoto di giovane arrabbiato della new wave inglese con “Got the time”, frenetico scioglilingua post punk che anni fa venne ripreso addirittura dagli Anthrax. Cresciuto tra i pianobar di Gosport e Portsmouth lo spilungone è uno che col pianoforte sa fare di tutto un po’, svariando tra la Spanish Harlem salsera di Ray Barreto Jr. e Tito Puente (“Cancer”, abbellita da un suo bell’assolo) e il jazz di Duke Ellington (cui è dedicato il prossimo album di studio in lavorazione), un juke box umano che si diverte a insaporire il programma con una scelta brillante e inusuale di cover: di nuovo i Beatles (undici anni fa era toccato a “For no one”, stavolta a una “Girl” in versione piano solo retrodata ai tempi di Scott Joplin e di George Gerswhin), ma anche il David Bowie di una giocosa “Scary monsters” e il compianto e sottovalutato Ian Dury in una scattante e vivace “Inbetweenies”, forse il meglio in assoluto. “A slow song”, l’immancabile chiusura, serve invece a rammentare la finezza e l’alta qualità del songwriting di Jackson: uno che a fine Settanta correva a fianco di Elvis Costello e di Graham Parker nella corsia veloce della new wave ma che già nei primi Ottanta riscopriva Louis Jordan e il jive, dichiarava la morte del rock e bandiva la chitarra dalla formazione. E che nella canzone che chiudeva la “night side” di “Night and day” confessava di sentirsi “brutalizzato dai bassi e terrorizzato dagli alti”, implorando i dj di interrompere tutto quel casino e di mettere su un lento. Era il piccolo manifesto di un individuo e di un artista ostinatamente controcorrente e fuori moda, nelle scelte di vita (ha lasciato l’amatissima New York per Berlino dopo il bando del fumo nei locali pubblici) e in quelle musicali. I quindici minuti di popolarità sono passati, il camaleontismo, l’ambizione e la scarsa simpatia per i media non gli hanno giovato, la vena compositiva si è indiscutibilmente inaridita, ma soprattutto dal vivo la sua musica (a cui in tanti, da Ben Folds a Gavin DeGraw passando per Jamie Cullum, devono qualcosa) rimane un “classico moderno”, un elegante e dinamico divertissement di alto livello, un’àncora affidabile e confortante per chi non insegue la novità e il giovanilismo a tutti i costi.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

06. Cancer
07. Girl
08. In betweenies
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