«APOCALYPSE - Bill Callahan» la recensione di Rockol

Bill Callahan - APOCALYPSE - la recensione

Recensione del 19 apr 2011

La recensione

Con “Apocalypse” è stato amore a primo ascolto e a prima vista. Tanto che se avessi maggiore confidenza psicologica con i “social” posterei e diffonderei il messaggio per chi là fuori lo volesse raccogliere. E’ stato amore a primo ascolto e a prima vista, dicevo.
A prima vista perché mi ha colpito l’immagine di copertina del cd (e chissà quanto mi avrebbe ancor più colpito se mi fosse capitato per le mani il vinile, con la sua inattuale grandeur): una montagna incantata e diabolica rivelatasi essere, per la cronaca, il Mule Ears Peak sito in Texas in un dipinto di Paul Ryan. A primissimo ascolto invece, perché la voce di Bill Callahan, con le dovute proporzioni e profondità ricorda quella dell’imprescindibile fuorilegge solitario Johnny Cash. Una voce che amplifica e moltiplica le emozioni, tanto imponente da rendere le pause e i silenzi parti integranti delle composizioni.
Sette canzoni, sette affreschi. Canzoni dalla lunghezza poco radiofonica che si prendono tutto il tempo che necessitano per svolgere al meglio le storie raccontate, canzoni che vanno gustate e seguite con i testi sotto mano per poterne apprezzare la prosa oltre che la precisa struttura musicale. Il quasi quarantacinquenne nativo del Maryland con “Apocalypse” giunge al suo terzo lavoro di studio, il quattordicesimo se nel computo totale viene incluso quanto dato alle stampe con lo pseudonimo Smog.
Un disco non immediatamente accessibile per chi non ha ancora avuto il piacere di conoscere il talento del ragazzo. Un disco che potrebbe recare sulla confezione la dicitura: non per tutti. Un disco che con buona probabilità questi tutti troverebbero e bollerebbero come noioso e - se abituati a giudicare con i frenetici parametri dettati dai ritmi al quale ci sottopone la rumba metropolitana - non avrebbero neppure tutti i torti. Per quegli altri però, quei pochi o tanti altri che non avessero timori ad affrontare quel genere che in altri tempi discografici venne definito con la sigla lo-fi, loro ne avrebbero soddisfazione.
Un disco assolutamente all’altezza della fama e delle capacità di “Smog” Callahan: dalla sabbiosa cavalcata western “Drover” allo speech diretto di “America!”; dalla ispirata “Baby’s breath” con un tappeto sonoro da brividi alle apparenti aperture di “Universal applicant”; alla paradigmatica “Riding for the feeling” per il gran finale con i quasi nove minuti dell’intensa “One fine morning” che racchiude in sé tutto lo spirito dell’album. So long, Bill !


(Paolo Panzeri)
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