«BO DIDDLEY’S BEACH PARTY - Bo Diddley» la recensione di Rockol

Bo Diddley - BO DIDDLEY’S BEACH PARTY - la recensione

Recensione del 04 apr 2011

La recensione

Myrtle Beach è una ridente località marittima sull’Atlantico: commerciale, accessibile, pittoresca, per famiglie. Il 5 luglio 1963, in piena epoca surf, il suo Gran Strand era la tana di giovani impegnati in un party permanente. Quella sera 2.000 ragazze e ragazzi prevalentemente bianchi si accalcarono per il concerto di una vecchia conoscenza del luogo, Bo Diddley. Il trentacinquenne Ellas Otha Bates aveva già suonato al Beach Club in passato, e con successo. Lo accompagnava la sua band abituale che includeva la sua spalla Jerome Green, suonatore di tuba jazz convertito alle maracas per amore del circo del rock and roll. Succede che in piena trance agonistica, il vecchio Jerome si tuffa fra la folla e viene circondato da festanti e eccitate ragazze bianche, che iniziano a ballare con lui. Una scena che non piace alla polizia del South Carolina: l’integrazione è ancora nel sogno del Dr. King, così partono spintoni, epiteti razzisti e viene staccata la spina. Bo sgattaiola via ed evita guai peggiori; la sera successiva si replica senza incidenti, fortunatamente, altrimenti non avremmo BO DIDDLEY’S BEACH PARTY, ripubblicato da Hip-O Select e distribuito Universal. Quest’album è una pietra grezza, la testimonianza di un’epoca in cui i dischi dal vivo erano quasi inediti. Così come racconta Chris Morris nelle ottime note di copertina, episodi come quello di James Brown all’Apollo erano splendide eccezioni e non molti credevano nella formula. Marshall Chess, che anni dopo sarebbe stato anche a capo della Rolling Stone Records, invece sì. Il rampollo del geniale Leonard Chess doveva sapere che tra gli assi della label di Chicago uno dei più adatti a trasmettere l’energia di uno spettacolo dal vivo era Bo Diddley, e fu così che nacque il ‘beach party’, dieci pezzi di rock scatenato allo stato dell’arte, di musica irriverente e rumorosa molto prima che sia punk sia metal comparissero nel vocabolario, di una marca di rhythm and blues che scavalcava agile lo steccato tra le razze senza compromettersi col pop alla Motown. Bo omaggia il grande Chuck Berry in apertura con la strumentale “Memphis” e riadatta la tradizionale “Mr. Custer” di Larry Verne a modo suo, ma poi attinge direttamente dal sacco di proprietà: “Gunslinger”, “I’m all right” e “Road runner” sono giusto il marchio di fabbrica del suo beat chitarristico, sono sfrenate e quasi tribali, e lo stile vocale da urlatore è il contrappunto ideale per il groove di una band semplice e compatta come la sua. La registrazione è imperfetta, è disturbata, è distorta, è straordinariamente analogica. Il disco suona come un bootleg ante litteram ed è questo il suo pregio. Balzare indietro di quasi 50 anni è una piccola lezione sull’essenza del rock and roll e sulla sua distanza dagli artifici che dagli anni Settanta in poi avrebbero fatto cadere i ‘live’ preda di sofisticazioni anche grottesche, quando non di truffe sonore vere e proprie. Ed è una lezione anche sul format degli esordi. Nell’anno in cui i Beatles sbarcavano in America con “Please please me”, negli stessi mesi in cui la Decca firmava i Rolling Stones, 30-40 minuti di radio hits erano ciò che volevi andare a sentire bevendo birra sulla spiaggia.
Giampiero Di Carlo

TRACKLIST

01. Memphis
02. Gunslinger (A/K/A Bo Diddley's A Gunslinger)
04. Old Smokey
05. Bo Diddley's dog
06. I'm all right
07. Mr. Custer
08. Bo's waltz
09. What's buggin' you (A/K/A Crackin' up)
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