«EL FESTIVAL DEL BEZO - Pablo Malaurie» la recensione di Rockol

Pablo Malaurie - EL FESTIVAL DEL BEZO - la recensione

Recensione del 07 mar 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Lo spazio che divide l'Italia dall'Argentina è enorme, ma quando si parla di musica e di Internet le regole dello spazio-tempo si curvano con molta facilità.
Per il disco di Pablo Malaurie è stato come tornare indietro di vent'anni: il suo disco d'esordio, “El festival del bezo”, infatti, non è stato distribuito intenzionalmente, ma è stato confezionato copia per copia e distribuito per posta in alcuni negozi in tutto il mondo.
E' stata una piccola caccia al tesoro, ma a Berlino, dove potevamo avevamo degli amici, il disco era perennemente sold out. Non potendo basarci solamente sui video delle sue esibizioni rintracciabili online, abbiamo dovuto aspettare che la Rete si accorgesse di questo artista argentino il cui esordio, da poche settimane, è disponibile su iTunes.
“El festival del bezo” è un disco che raccoglie dieci canzoni semplici, acustiche e minimali in cui Malaurie riesce a fondere folk e psichedelia, tradizione e innovazione, innocenza e fantasia con il solo aiuto della sua voce nasale e squillante, della sua chitarra e di pochissimi altri strumenti.
Il disco si apre con una delle sue canzoni più divertenti e scherzose del disco, quella “Tripa corazon” il cui ritmo allegro e il canto in coro fa da contraltare alla malinconica filastrocca di “El monstruo de la laguna negra en Venecia” in cui veniamo catapultati nella tradizione cantautorale argentina. Qui la voce di Malaurie assume sempre di più il ruolo di vero strumento aggiunto, cosi vibrante e mutevole.
In “Motel Shangai” Pablo dilata il tempo e i suoni senza mai perdersi in inutili facezie, ma mantenendosi fedele al ritmo della chitarra, mentre con “Vamos al agua” torna sui ritmi delle sue canzoni più allegre, come l'irresistibile “Veni”. Tra queste due canzoni Malaurie decide di inserire il suo brano più psichedelico e ostico, dove la sua voce viene filtrata a tal punto da assomigliare, a tratti, ad un sibilo che diventa ancora più impalpabile in “Opereta para ukulele”.
Per il finale troviamo l'unico brano non acustico: “Manana bucòlica”, divisa a metà tra parti cantate e assoli di chitarra, che completa il viaggio di questo cantautore di Buenos Aires capace di divertirci e persuaderci con poche note.
Un artista che continueremo a seguire, anche in capo al mondo.

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