«THE LONDON SESSIONS - LCD Soundsystem» la recensione di Rockol

LCD Soundsystem - THE LONDON SESSIONS - la recensione

Recensione del 10 gen 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Finire non è mai semplice.
L'inizio è pieno di entusiasmo, speranza, fantasia, ma oltre la fine non c'è nulla da progettare, da prevedere. Solo punto e a capo, ma poco prima, lanciarsi di peso nell'ultimo guizzo affinché quella fine rimanga nella memoria.
Così è successo a James Murphy e ai suoi LCD Soundsystem, tre dischi, una manciata di singoli memorabili (“Movement”, “Daft Punk is playing at my house”, “All my friends” e “Drunk girls”, per citarne alcuni), una tonnellata di concerti in tutto il mondo in cui hanno ampiamente dimostrato di non essere il sottoprodotto di un produttore, ma una vera band. Una band che sapeva suonare e far ballare mescolando ritmiche compulsive, grandi linee di basso, campionatori e la voce di un leader cicciottello e arruffato che, al momento di salire sul palco, dimostrava di saper cantare e di poter condurre un gruppo di musicisti che si radunavano al suo cospetto solamente per entrare in studio o salire su un palcoscenico.
Il ruolo accerchiatore di Murphy ha sicuramente indebolito i legami interni di questa non-band, ma non ha minimamente scalfito l'entusiasmo nel salire sul palco: così, dopo il terzo (e meno riuscito) capitolo della loro discografia, il produttore newyorchese e i suoi fidi alleati hanno deciso di prendere strade diverse, lasciando ai propri fan un ultimo disco con lo scopo di affrontare la fine sapendo di aver lasciato qualcosa da ascoltare per molto tempo.
“London session” è un disco live, ma registrato in studio, senza l'ausilio di qualche diavoleria elettronica, in cui gli LCD hanno voluto ripulire le loro esibizioni dalle emozioni e dalla foga del momento per proporre il loro sound nel migliore dei modi.
Punk-funk, un genere coniato proprio per descrivere le loro prime produzioni, ma che ben descrive sia il passato rock di Murphy, che spesso fa capolino nelle sue canzoni, sia le basi funky su cui costruisce le sue canzoni: come l'iniziale “Us vs them” una cavalcata di ben otto minuti trascinata dalla batteria nervosa e senza sosta di Pat Mahoney e dal corposo giro di basso di Phil Skarich a cui lentamente si aggiungono chitarre, tastiere, percussioni, voci e cori, verso un crescendo che sembra non aver fine. Un brano dance nel vero senso della parola tanto riesce a trascinare, anche inconsciamente, nel brano, anche quando si ha la sfortuna di essere snodati come un pilone di ghisa.
“All I want”, denudata dal lungo lavoro in studio di registrazione, viene ridotta all'osso mostrandosi nella sua forma più pura, una ballad pop malinconica tanto semplice, quanto irresistibile, che fa da contraltare all'inno scanzonato dei party newyorchesi “Drunk girls” che subito ci fa tornare alla mente i Talking Heads. Una canzone che gli LCD Soundsystem ripuliscono dal lungo lavoro fatto in studio per restituircela nella sua forma migliore.
Se con “Get innocuous” veniamo catapultati sul dancefloor con la canzone più elettronica del pacchetto (sei minuti di bassi filtrati, tastiere e quel canto corale che aggiunge spessore a questo capolavoro potente e coinvolgente), con “Daft Punk is playing at my house” ci godiamo le chitarre tese e il ritmo sincopato del brano che li ha resi celebri e che in ogni concerto viene celebrato dal pubblico con un catartico pogo, un gesto che conferma le molteplici anime che questa band riesce ad esprimere dal vivo come su disco.
“All my friends”, brano che illuminava il secondo album “Sound of silver”, viene riproposto in tutta la sua grandezza, partendo con pochi strumenti per poi arrivare lentamente ad un finale che sembra non avere limiti, continuando in un “crescendo” che ci tiene con il cuore in gola, finché non parte “Pow pow pow”, una canzone che su disco non aveva convinto ma che qui ritroviamo in forma di “spoken word” su una base ritmica precisa e instancabile che viene arricchito da un gran giro di basso. Il finale viene riservato all'elettronica e malinconica “I can't change”, in cui Murphy sembra volerci rassicurare che, anche se gli LCD non ci saranno più, lui non smetterà di produrre musica con cui rapirci ed emozionarci, in quella strana sala da ballo in cui si scontrano elettronica e punk, pop e funky, rock e dance. Perché questa non è una fine, ma l'inizio di tante altre storie.

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