«SKY AT NIGHT - I Am Kloot» la recensione di Rockol

I Am Kloot - SKY AT NIGHT - la recensione

Recensione del 12 ago 2010 a cura di Giovanni Ansaldo

La recensione

La leggenda vuole che John Bramwell, il frontman degli I Am Kloot, abbia passato la gioventù a fare il musicista di strada. Poi un giorno, dopo aver vagato per giorni lungo le strade di Parigi, stava morendo di fame e ha deciso di tornare nella sua Manchester e di fondare un band. Così nel 2001 con gli amici Peter Jobson e Andy Hargreaves ha registrato "Natural History", album apprezzato dalla critica che ha visto il gruppo inserito - un po' impropriamente a dire il vero - nel cosiddetto "New Acoustic Movement". Oggi, a nove anni di distanza, esce il nuovo disco "Sky at Night" e sembra proprio che nonostante tutto Bramwell non abbia perso lo spirito da girovago che aveva da ragazzo. Sono le sue canzoni a confermarlo. La musica degli I Am Kloot riflette come uno specchio la personalità del suo leader, nel bene e nel male, e non ci sono trucchi né effetti speciali: per costruirle gli bastano qualche accordo di chitarra, un basso, una batteria e tanta malinconia tipicamente british.
Anche se, a dirla tutta, questa volta qualche trucco c'è. I produttori del disco, nientemeno che Guy Garvey e Craig Potter degli Elbow(che aveva già prodotto l'esordio), hanno arricchito la musica della band con molte parti orchestrali: una scelta che da alle canzoni un nuovo vestito decisamente più elegante. E questo è il vero punto di forza di "Sky At Night" rispetto alla discografia passata: gli arrangiamenti sono più curati, meno grezzi, e i pezzi ne giovano. C'è una più forte volontà di essere classici, quasi fuori dal tempo. Come nel singolo "Northern skies", una ninna nanna folk malinconica e toccante dove si vede la mano di Garvey, come detto molto bravo a "ingentilire" il suono del gruppo. Vale lo stesso per "Lately", che a tratti flirta con il soul e il gospel. Ma per fare il confronto con il suono del passato basta prendere "Proof", l'unico pezzo non inedito. La canzone infatti era già stata pubblicata sul secondo album "I Am Kloot" e qui viene riproposta in una versione più delicata e raffinata, sicuramente superiore a quella passata. Sarebbe un singolo perfetto, magari in grado di attirare nuovi ascoltatori.
Non mancano alti e bassi, vista anche la relativa monotonia del disco, che non spinge praticamente mai sull'acceleratore. Ma ci sono almeno tre-quattro pezzi in grado di dimostrare ancora una volta quanto sia bravo John Bramwell nello scrivere canzoni: su tutte la tesa e malinconica "Fingerprints", che si chiude con un bellissimo quartetto d'archi, e l'acustica "I still do", lasciata volutamente nuda e incompiuta ma proprio per questo affascinante. Forse il momento migliore dell'intero album. A volte si rischia di rimanere intrappolati in questa atmosfera uggiosa, come in "The moon is a blind eye" o "It's just the night", che sono sicuramente gli episodi più deboli. Ma poi sul finale il gruppo ha un doppio colpo di coda con la beatlesiana "Radiation" e con "Same shoes", un pezzo quasi jazz con assolo di sassofono che sembra rubato a Burt Bacharach. Ottima chiusura.
Un'ultima nota va riservata ai testi di Bramwell, sempre fondati sul trittico "Drinking, romance and disaster", come a lui piace sottolineare. Insomma "The Sky at Night" non è un album memorabile, ma è sicuramente molto sopra la media e conferma le qualità di un gruppo troppo spesso sottovalutato, che ha l'unico difetto di non sfornare successi radiofonici. Un difetto non da poco, però è davvero difficile che gli I Am Kloot facciano un album brutto. E "Sky At Night" non fa eccezione.

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