«PILGRIM'S PROGRESS - Kula Shaker» la recensione di Rockol

Kula Shaker - PILGRIM'S PROGRESS - la recensione

Recensione del 05 lug 2010

La recensione

A molti gruppi essere definiti dei tradizionalisti può sembrare un insulto. Ma questo discorso sicuramente non vale per i Kula Shaker: il gruppo di Crispian Mills nel passato musicale, soprattutto in quello del rock a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, ci sguazza con grande piacere. Ancor di più dopo la reunion del 2007, che ci aveva regalato un album estremamente vintage come "Strangefolk". Per il nuovo disco "Pilgrim's Progress" il gruppo inglese non ha cambiato formula, accentuando se possibile ancora di più i suoi tratti nostalgici. Anche se, a dirla tutta, qualche novità dal punto di vista sonoro c'è: la band si è ormai lasciata alle spalle le suggestioni indianeggianti del fortunato esordio "K", allontanandosi definitivamente dal bit-pop, un genere con il quale in realtà non ha mai avuto granché a che fare.
"Pilgrim's progress" infatti è un lavoro pieno di chitarre acustiche, archi e flauti, che non disdegna atmosfere di chiara ispirazione cinematografica, soprattutto morriconiana. Un aspetto che era già presente nei Jeevas, il gruppo che il leader Mills aveva messo in piedi dopo lo scioglimento dei Kula Shaker. Ma non mancano omaggi alla tradizione folk, se non addirittura a quella progressive dei Jethro Tull e degli Emerson Lake and Palmer. Non è un caso che il disco sia stato registrato a Chimay, una piccola cittadina medievale nel cuore del Belgio, in uno studio di registrazione costruito dalla stessa band che sicuramente ha influenzato l'atmosfera un po' fiabesca delle canzoni. Stiamo parlando insomma di un album consapevolmente passatista sin dalle prime note: ascoltare per credere il singolo "Peter Pan R.I.P", costruito su uno splendido arrangiamento d'archi che ricorda molto da vicino la beatlesiana "Eleanor Rigby" e e ispirato da un racconto di J.M. Barrie (a sua volta ripreso da un famoso musical di Andrew Birkin), o la bella ballata "Ophelia", che sembra uscita da un disco dei primi Led Zeppelin acustici. Ci sono, come sempre più spesso nella carriera della band, dei propri divertissement sparsi qua e là, come nella riuscita "Modern Blues" o nella meno brillante "Barbara Ella", costruita su un riff che non decolla mai.
Ma la parte migliore del disco è quella dal sapore "western", come nel caso della cavalcata "All dressed up and ready", forse il pezzo migliore per melodia e arrangiamento, o nella strumentale "When a brave needs a maid". Mills comunque dimostra di saperci ancora fare con la psichedelia indianeggiante e sfodera due pezzi come "Figure it out", l'unica che ricorda davvero i tempi di "K", e le delicata "To wait till I come", altro pezzo degno di nota. Il vero difetto del disco però è la mancanza di una canzone memorabile, di una "Govinda" o di una "Hey Dude" per intenderci. L'album scorre alla grande e funziona più nel suo insieme che nei singoli episodi, che di per sé non è neanche un male. Però è proprio dove i Kula Shaker provano ad alzare il tiro che restano i rimpianti maggiori: l'ambiziosa ballata "Winter's call", che avrebbe il compito di chiudere il cerchio, non convince del tutto. Peccato, "Pilgrim's Progress" è un sicuramente un bel disco, al quale sarebbe bastato poco di più per essere davvero ottimo.



(Giovanni Ansaldo)
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