«WE WERE NOT THERE FOR THE BEGINNING. WE WON'T BE THERE FOR THE END - Tempelhof» la recensione di Rockol

Tempelhof - WE WERE NOT THERE FOR THE BEGINNING. WE WON'T BE THERE FOR THE END - la recensione

Recensione del 05 mag 2010 a cura di Luca Bernini

La recensione

C’era una volta un progetto folk, poi naufragato, cui lavoravano alacremente Paolo Mazzacani e Luciano Ermondi, almeno prima che nel loro comune immaginario succedesse qualcosa. Il qualcosa era semplicemente un’evocazione e al tempo stesso un richiamo. Veniva da Berlino, da quello che anni addietro era stato definito come “il terzo più grande edificio al mondo dopo il Pentagono di Washington e il Palazzo del Parlamento di Bucarest”, e che il 30 ottobre del 2008 era stato definitivamente dismesso dopo un secolo di storia: l’aeroporto di Tempelhof. Era stato il pittore Mizzi Stratolin, di stanza a Berlino, a portare Paolo a guardare da fuori l’enorme campo aeronautico addormentato per sempre; era stato Paolo, tornando in Italia, a portare con sé questa sensazione di malinconia, epicità, consunzione e mistero confluita poi in una nuova musica, scritta appoggiandosi a dei loop che, nel frattempo, Luciano era andato accumulando nel tempo per un progetto dance. E’ nata così “Enjoy Neukölln”, primo tassello di un album visionario, fatto di ritmiche rallentate, di ambient music da tangenziale notturna, di violenza implosa e improvvise aperture armoniche, di paesaggi sonori a tratti cupi, desolanti eppure pulsanti di energia, vigore, caratterizzati da un continuo “clash” ritmico che si impossessa dell’incedere della narrazione, lasciando all’armonia la marea del suono, nel suo continuo crescere e ritirarsi.

Ispirato al cinema dei primordi, intriso di solitudine e cosparso di omaggi più o meno velati al William Burroughs de “Il Pasto Nudo” (il titolo del disco è infatti una citazione del film), l’album contiene dieci tracce di pura bellezza, a cui è un piacere abbandonarsi e dalle quail è ancora più emozionante lasciarsi suggestionare.

Non può non venire in mente, complice la parentela berlinese, il Brian Eno inventore dell’ambient music (guarda caso “Music for airports” è uno dei titoli più gloriosi di quella geniale intuizione). Ma laddove Eno sembrava più interessato al design interiore e al senso di straniamento dell’aeroporto come non luogo, l’album dei Tempelhof ha a che fare con la fisicità minacciata, e il fascino decadente di ciò che è esterno ad esso: la pista deserta, le screpolature nel cemento, la macchia selvaggia che ne costeggia la distesa, il profilo scuro dell’edificio. E le suggestioni che da tutto ciò discendono.

Un lavoro di livello assolutamente internazionale, il primo capitolo di un progetto splendidamente illustrato (anche dalla copertina che, guarda caso, porta la firma di colui che del progetto è stato involontario artefice, Mizzi Stratolin) dal quale è lecito – ma non è detto che sia indispensabile - aspettarsi un futuro. Un album così ha la forza di stare in piedi da solo, anche se nel frattempo i Tempelhof decidessero di dedicarsi ad altro. Speriamo di no.

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