«FORGIVENESS ROCK RECORD - Broken Social Scene» la recensione di Rockol

Broken Social Scene - FORGIVENESS ROCK RECORD - la recensione

Recensione del 04 mag 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

C’è dentro mezzo Canada nei Broken Social Scene. Da Feist ai Do Make Say Think, passando per i The Sea And The Cake. Tutta gente adulta e vaccinata insomma, tenuta insieme da John McEntire (il batterista dei Tortoise) che qui si prende la briga di produrre quello che a tutti gli effetti è il quinto album in studio del nucleo formato principalmente dal duo Kevin Drew dei K.C. Accidental / Brendan Canning dei By Divine Right (i BSS sono a tutti gli effetti un collettivo di musicisti che conta nelle giornate migliori fino a diciannove elementi). Snocciolato questo pacco inevitabile di nomi che può darci una mano - più o meno - ad inquadrare il campo da gioco, possiamo dedicarci alla sostanza di questo “Forgiveness rock record”: quattordici pezzi indie senza infamia e senza lode che si concedono spesso e volentieri qualche scappatella elettro pop e un paio d’impennate più rock giusto per dare qualche spunto interessante. Un lavoro che vede la luce a distanza di cinque anni dal precedente omonimo “Broken Social Scene”, ma che nonostante la lunga gestazione – intervallata nel 2007 e nel 2008 rispettivamente dal doppio debutto solista dei due fondatori – non rappresenta un vero e proprio passo avanti nella discografia della band se non nella conferma di un’avvenuta presa di coscienza di un’identità ben definita. Identità che ha appreso pienamente la lezione dei Tortoise (e avere McEntire a gestire la situazione ha un suo peso specifico rilevante) nella costruzione di melodie articolate, vedi “Romance to the grave”, a cui fanno da contraltare pezzi più virati verso un pop Lalipuniano, “Sentimental x’s” e “All to all”, e tirate alla Motorspycho come “Forced to love” che, sebbene divertenti, fanno un pò la parte dei cavoli a merenda contribuendo a rendere l’intero disco una costante variazione sul tema –indie - senza mai raggiungere però una adeguata unità d’intenti. Le idee insomma ci sono, ma forse troppo variegate per convivere su un unico supporto. Buona musica, per carità, ma più adatta ad essere presa un pezzetto per volta e non vissuta collettivamente. Come disco “Forgiveness rock record” non funziona, stenta a decollare e cambia direzione troppe volte per poter pensare di capirlo così com’è. Detto questo, si possono prendere i singoli episodi e godere del buono che si portano appresso, come l’indole sixties esuberante e contagiosa di “Art house director” o il quasi folk alla Iron and Wine di “Highway slipper jam”. E ancora: il finale etereo di “Ungrateful little father” o l’incedere impetuoso che piacerebbe non poco ai Death Cab For Cutie della strumentale “Meet me in the basement”. Insomma, tanti riferimenti, tante citazioni e un sacco di “questo mi ricorda quello e quell’altro”. Ma di “Forgiveness rock record” qualcuno si ricorderà?

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