«REBIRTH - Lil' Wayne» la recensione di Rockol

Lil' Wayne - REBIRTH - la recensione

Recensione del 10 feb 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

La saga di Tha Carter si interrompe per fare spazio al primo episodio rock della carriera del rapper di maggior talento del decennio che ha attraversato, con il permesso di Dre e Jay-Z. Freestyle e liriche affilate come lame, rime e sarcasmo a pioggia, singoli di platino scritti in pochi minuti nel camerino o, esausto, in una stanza d’hotel dopo il concerto. Mentre con "Rebirth" due anni parevano pochi. Un’uscita rimandata più volte, il primo singolo che precede l’album di circa un anno, forse solo i ‘leak’ a convincere Lil’ Wayne che aspettare oltre non aveva senso.
Ora, Weezy, ci sono due problemi: il tuo rap si è rarefatto e il tuo gusto rock…mah! Mr Carter ha perfettamente presente cosa significa ‘rockstar’ e non dura fatica a calarsi nel ruolo (anzi, potremmo anche dire che è tra quelli che sta rivisitandone gli stilemi, riscrivendo le regole dal sedile della sua ‘black Roll Royce). Ma qui non è chiaro se intendesse usarne il concetto per farne una caricatura o se, ancora peggio, facesse sul serio. Temo si tratti del primo caso.
L’ascolto di pezzi come “Ground Zero” e “Da Da Da”, una brutta copia di “Promo queen” (singolo uscito nell’aprile 2009), rende meglio l’idea: i riff sono scolastici, nessuna atmosfera li amalgama e fa decollare le canzoni, le chitarre suonano come copincollate, gli abusi di autotune sono imbarazzanti, il ricorso al vocoder è esagerato e mai calibrato. Fa eccezione “Paradice”, forse la sola rock song nella quale l’artista sembra trovare un equilibrio tra il suo retroterra e la sua aspirazione.
La conferma del disorientamento, dello scollamento tra l’idea del rock e la sua essenza, ce la fornisce l’irruzione di Eminem in “Drop the world”: pare un supereroe accorso a dare un senso a un brano che senza di lui sarebbe stato qualunque – e il supereroe riporta Weezy con i piedi per terra, o meglio con le mani sull’hip hop. Sì, là dove il suo senso dell’umorismo ha fatto scaturire testi divertenti e istantanee che restano nella memoria, quelle istantanee che sono uno sbiadito ricordo su REBIRTH, dove cantare su una ritmica sembra deconcentrare Lil’ Wayne, dove le quattro battute sembrano rubargli il ritmo e relegarne il talento in secondo piano.
REBIRTH è mal concepito, altrimenti avrebbe avuto una gestazione simile a quella dei suoi sei predecessori. E’ un esperimento valido e coraggioso, perché i tentativi di farcire il rock con l’hip hop abbondano mentre scarseggiano quelli condotti in senso inverso. Però resta una missione incompiuta e non è ancora chiaro cosa di questo esperimento si possa replicare e affinare per il futuro. Il rapper in modalità-pausa è buono per agganciare una fascia di pubblico altrimenti troppo mainstream per lasciarsi intrattenere dall’originale, ma a chi importa al cospetto del suo immenso talento?
Se dovessi dire una cosa rock, mi verrebbe: dazed and confused. Se invece dovessi ribattezzare l’artista, scriverei LITTLE, Wayne. In ogni caso, si torna ad attendere "Tha Carter V".

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