«REAL ESTATE - Real Estate» la recensione di Rockol

Real Estate - REAL ESTATE - la recensione

Recensione del 19 gen 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

C’è questa band che viene dal New Jersey e che dopo tre anni di onorata attività live decide che è il momento di pubblicare nello stesso anno, il 2009, prima un Ep e poi un album per intero, battezzandolo con il proprio nome. La band si chiama Real Estate e benché in tracklist figuri un pezzo chiamato Atlantic City non c’entrano proprio un bel nulla con il più noto dei figli del Jersey, Bruce Springsteen. I quattro Real Estate (Martin Courtney IV, Matthew Mondanile III, Etienne Pierre Duguay e Alex Bleeker) hanno una storia un po’ diversa da quella del Boss, storia che come per molti altri inizia al liceo per poi prendere una strada inaspettata, quella del successo. E oggi stiamo qui a dare una nostra opinione su un esordio che ha fatto parlare di sé mezzo mondo, da Pitchfork (nella sezione “best new music”) a Rolling Stone. E forse non è un caso che un disco come Real Estate arrivi in un momento come questo, dopo che il 2009 si è chiuso nel segno di band come Grizzly Bear e Animal Collective e del loro indie pop psichedelico. Sarà che il ciclone revival vintage non si è ancora esaurito, fatto sta che continuano a nascere band che hanno fatto dei Sessanta (musicali) un modello imprescindibile da cui pescare a piene mani, chi dal pop più semplice e chi dal mondo colorato dei figli dei fiori. I Real Estate sono questo e molto altro, sono un po’ Beach Boys e un po’ Yo La Tengo. Sono la risposta (sub) urbana ai ritmi esotici dei Vampire Weekend e al folk dei Fleet Foxes, con cui condividono lo spirito libero e leggero anche se più velatamente Lo Fi. I dieci pezzi di Real Estate sono un buon esempio di indie pop estivo senza troppe pretese. Un album dal sapore nostalgico che si apre con “Beach comber” e “Pool Swimmer”, due pezzi che si sviluppano e prendono vita respirando come una Polaroid di cui mantengono gli stessi colori pastello. E l’aria si fa ancora più rarefatta nella ballata allucinante “Suburban dogs”, uno dei momenti più lisergici del pop contemporaneo. Atmosfera questa che permea l’intero album e che trova conferma in pezzi come “Blake lake” e “Atlantic City” o in “Fake blues”, falso sulla carta ma non nello spirito. In “Green river” fanno la loro comparsa le chitarre acustiche in bella mostra per addensare un suono fino a qui fin troppo delicato e fare da apripista ai sei minuti abbondanti di “Suburban beverage” che prosegue il discorso iniziato in “Suburban dogs”. Il consiglio allora è quello di prendersi una pausa, stendersi e gustare questo breve ma intenso viaggio da fotografare in super8. C’è molto degli Stati Uniti di una volta in “Lets rock to the beach”, pezzo che lancia la volata per la conclusiva “Snow days” che chiude in crescendo con stile la prima volta dei Real Estate. Una prima volta molto più complessa e sorprendente di quello che inizialmente sembra dare a vedere.
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