«JOY - Phish» la recensione di Rockol

Phish - JOY - la recensione

Recensione del 14 ott 2009

La recensione

Quattro anni in surplace bastano e avanzano per perdere il ritmo e accumulare strati di ruggine. Diamo subito la buona notizia: ai Phish non è successo e forse non è neppure troppo azzardato dire che “Joy” è il disco migliore che abbiano fatto finora, come sostiene il loro produttore Steve Lillywhite (quello degli U2, e di tanti altri). Tornati sui loro passi dopo uno scioglimento che sembrava definitivo, i quattro del Vermont festeggiano venticinque anni di carriera e lo fanno con un disco celebrativo fin dal titolo. Ma non è che nel frattempo siano state tutte rose e fiori, anzi: dagli odiosi sospetti (poi rientrati) di pedofilia a carico del bassista Mike Gordon all’arresto di Trey Anastasio beccato con un piccolo arsenale di droghe e psicofarmaci nel baule dell’auto . E così la festa di compleanno, come scrive l’illustre David Fricke su Rolling Stone, diventa per il leader e principale autore del quartetto l’occasione per elargire memorie agrodolci, elaborare un pizzico di autoanalisi un po’ divertita e un po’ spietata, soprattutto intraprendere un percorso catartico di redenzione: di rimandi alle recenti, dolorose esperienze di Anastasio (che in aprile ha anche perso una sorella) abbonda questo disco che pure resta ostinatamente aggrappato alle buone vibrazioni e all’ottimismo della volontà, comandamenti irrinunciabili di questi hippies del Duemila che continuano a intitolare canzoni alla Gioia e alla Luce. Lillywhite ha un ruolo di retroguardia ma importantissimo: merito suo se i Phish oggi appaiono così snelli e in tiro, diretti e senza fronzoli proprio come ai tempi di “Billy breathes” (la precedente e molto apprezzata collaborazione di tredici anni fa). Persino nei tredici minuti e oltre di “Time turns elastic”, riduzione di una mini opera per gruppo rock e orchestra che Anastasio aveva già rodato e inciso in proprio e che in questa nuova versione suona come una delle cose migliori che i Phish abbiano mai consegnato alle stampe: avventurosa senza sproloqui, “progresssive” senza pomposità, nella sua sequenza mai forzata di tempi, umori e atmosfere diverse. Gli altri nove titoli (un solo filler, l’ honky tonk abbozzato e senza pretese di “I been around” firmato dal tastierista Page McConnell) comunicano gran dinamismo, solarità, energia, immediatezza. I Phish conservano un piccolo talismano che li rende diversi dagli altri: non sono più i nipotini di Frank Zappa ma coltivano ancora sotto traccia una piccola, svagata vena di follia, uno sguardo strabico e stralunato alle cose. “Dentro e fuori fuoco il tempo diventa elastico” canta Anastasio, confessando di “avere uno spazio vuoto dove dovrebbe esserci la mente”, o di sentirsi ancora “sottosopra”e scavezzacollo come vent’anni fa. Vien da credergli sulla parola, e in tutto il disco si respira un’aria di salutare spontaneità (“ ‘Joy’ suona come un disco dal vivo, più di tanti dischi dal vivo dei Phish”, ancora Trey), anche se poi per fissare su nastro la suite di “Time turns elastic” pare ci siano volute la bellezza di 278 takes. Con Lillywhite a fianco i quattro conquistano il dono della sintesi senza bisogno di snaturarsi, conciliano melodia pop e arrangiamenti rock, gli opposti del loro essere: “Backwards down the number line”, in apertura, fila spedita e radio friendly a ritmo saltellante di country-college rock fino a quando, quattro minuti dopo lo start, la chitarra di Anastasio sguinzaglia il primo assolo e i Phish si ricordano di essere una jamband. Poi aprono il loro caleidoscopio, tra il rock blues fiammeggiante di “Stealing time from the faulty plan” e il boogie arrembante alla Allman Brothers di “Kill devil falls”, i caldi timbri tropicali di “Sugar shack” e l’acustica luminosità della title track , una dichiarazione d’intenti fatta apposta per essere condivisa con i fan in concerto (“vogliamo che siate felici perché questa è anche la vostra canzone”). Chi cerca un filo di continuità con i Grateful Dead e jerry Garcia (non sempre così evidente) lo trova nell’andamento sincopato e strascicato di “Ocelot”, mentre la clamorosa “Light” sfodera power chords e scale di basso degne degli Who, di Pete Townshend e di John Entwistle. Ah, dimenticavo: raramente i Phish hanno armonizzato così bene e suonato così telepaticamente, generando cerchi concentrici di voci e di suoni (“Twenty years later”, ancora “Light”). Come i Dead, hanno spesso faticato a catturare in studio il vero spirito della band. Stavolta sembrano esserci riusciti: la loro seconda vita comincia bene.



(Alfredo Marziano)
Joy Phish Rock
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