«SECRET, PROFANE & SUGARCANE - Elvis Costello» la recensione di Rockol

Elvis Costello - SECRET, PROFANE & SUGARCANE - la recensione

Recensione del 03 giu 2009

La recensione

C’era una volta (neanche tanto tempo fa) l’Elvis Costello camaleonte che non faceva un disco uguale all’altro. Però gli anni passano, e dopo avere tanto girovagato tra luoghi geografici e generi musicali anche lui comincia a tornare sui suoi passi, a meditare sul percorso compiuto. “Momofuku”, l’anno scorso, rievocava esplicitamente certe sue sfuriate elettriche anni Ottanta con gli Attractions. E ora “Secret, profane & sugarcane” recupera altre passionacce di vecchia data: il country celebrato controcorrente in tempi di frenesia new wave (“Almost blue”, 1981); la musica acustica e l’ “Americana” ante litteram di “King of America”, uno dei dischi più belli del suo ricco catalogo datato 1986. Come “Almost blue” il nuovo album è registrato a Nashville (e dove, altrimenti?); come “King of America” è prodotto da T Bone Burnett, il vecchio fratellino Coward che con l’Elvis d’Inghilterra ha spesso incrociato la strada diventando nel frattempo il nume tutelare di certa tradizione doc (dalla colonna sonora di “Fratello, dove sei?” all’affascinante “Rasing sand” di Robert Plant e Alison Krauss). Uno che, come riconosce un Costello sempre prodigo di spiegazioni e retroscena, in studio sa “come sistemare i microfoni” per cavar fuori dai musicisti un’intimità, una naturalezza sonora che rimanda agli anni Quaranta e Cinquanta, quando la musica si propagava da grandi radio in radica attorno a cui si raccoglieva tutta la famiglia. Elvis ne ha approfittato per riannodare qualche filo del suo passato remoto e recente. “Complicated shadows”, la canzone che Johnny Cash non è mai riuscito a cantare, abitava già in “All this useless beauty”, tredici anni fa: là in versione di ballata rock elettrica, qui in una veste scarna e più minacciosa consona alle corde dello scomparso Man in black. In una deliziosa “The crooked line” da bivacco agreste si libra la voce soave di Emmylou Harris, e in “I felt the chill before the winter came” spicca la firma dell’icona country Loretta Lynn: già presenti, entrambe, nell’ottimo “The delivery man” di cinque anni fa. A quel disco, rivela Costello, si richiamano per temi e personaggi altre due canzoni del nuovo album, “Hidden shame” e “I dreamed of my old lover”. Partendo da lì, dal Mississippi di Oxford e di Clarksdale e passando per New Orleans (Recensioni “The river in reverse”, inciso in coppia con Allen Toussaint), è tornato a Nashville, e lì s’è circondato dei migliori musicisti acustici e neo-tradizionalisti sulla piazza: Stuart Duncan (banjo e violino), Mike Compton (mandolino), Dennis Crouch (basso), Jeff Taylor (fisarmonica) e Jerry Douglas, asso del dobro. Elvis suona la sua Gibson J-50, T Bone la sua Kay 161, Jim Lauderdale armonizza alla voce e non c’è bisogno d’altro, neppure di una batteria. Siccome però questo è Costello, con tutta la sua innata britannicità e cultura enciclopedica, non aspettatevi un disco canonico al 100 per cento: i valzer, le square dance, i country swing, le ballate marinare e da saloon di “Secret, profane and sugarcane” nascondono una densità poetica da grande romanzo del Sud, ai tempi del circo Barnum, dello schiavismo e della guerra di Secessione, e qualche insolita angolazione di lettura. “She was no good”, “How deep is the red?”, “She handed me a mirror” e “Red cotton”, per esempio, appartengono a un ciclo di canzoni che il cantautore aveva già presentato dal vivo a Copenhagen nell’ottobre del 2005, con tanto di orchestra e voce soprano, in occasione del bicentenario della nascita di Hans Christian Andersen. Che c’entra col country e con l’America, direte voi? C’entra, perché leggendo un vecchio libro da mercatino delle pulci Elvis s’è appassionato alla storia del suo amore non corrisposto per Jenny Lind, cantante d’opera svedese di metà Ottocento che negli States fu protagonista di un movimentato tour organizzato dall’amante/socio in affari P.T.Barnum (proprio lui, il leggendario promoter di spettacoli musicali e circensi). L’espediente gli serve per ragionar d’amore, di cinismo sentimentale e di opportunismo politico, mentre altrove riemergono topos e situazioni più classiche della country music (il protagonista di “Down among the vines and spirits” affogato in una disperazione alcolica, quello di “My all time doll” insonne e roso dal desiderio), la vena beffarda e neoromantica del musicista: “Sulphur to Sugarcane”, il pezzo più mosso di un disco quasi tutto a passo lento, è un divertente ritratto di un attivista politico sciupafemmine in vena di confessioni e sbruffonaggini (le donne di Poughkeepsie si spogliano quando sono brille, e quelle di Ypsilanti pare non portino le mutandine); “Changing partners” un bell’esempio del Costello crooner che qui recupera una ballatona sentimentale e spezzacuori dal vecchio repertorio di Bing Crosby. C’è buona sostanza letteraria, in questo disco che (parole dell’autore) parla di “fiumi e oceani attraversati, di servitù e di colpa, di vergogna ed espiazione, di pietà ed empietà, di desiderio e d’amore, tra tutti unico sentimento assoluto”. Un disco da assaporare con calma e pazienza, da leggere forse ancora più che ascoltare apprezzando i simbolismi sintetizzati nella bella copertina del cartoonist Tony Millionaire. Anche perché la musica, da sola, a volte non è abbastanza forte da catturare l’attenzione. Un po’ snervata, poco incline ad accendersi. “King of America”, a scanso di equivoci, era un’altra cosa. E della recente trilogia costelliana dedicata al Sud degli Stati Uniti, questo (nonostante Burnett) sembra musicalmente l’episodio più sfuocato, più ingessato, meno riuscito.


(Alfredo Marziano)

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