«YIELD - Pearl Jam» la recensione di Rockol

Pearl Jam - YIELD - la recensione

Recensione del 11 feb 1998

La recensione

"Chi ha preso il cervello di JFK?/Che cosa significa per noi ora?/Oh…è difficile crederci, però posso dirti…/che questa non è una bugia…". "Brain of J", l’attacco del nuovo album dei Pearl Jam, è tanto perentorio da non ammettere repliche. Si festeggia un ritorno, qui, quello di un gruppo sopravvissuto alla sua stessa popolarità, all’etichetta di "band portavoce di una generazione", dell’unica band di Seattle che adesso viaggia mille miglia lontana dal suono di quella città, dopo essersi calata per un bagno rigenerante nella tradizione musicale americana. Passano gli anni ed Eddie Vedder raccoglie i frutti del suo lavoro: è sempre meno leader, sempre meno icona, mentre al contrario sono gli altri componenti del gruppo, Irons, Ament e McReady che a vari livelli e con diversi ruoli continuano a dividere con Vedder pro e contro di questa avventura musicale. Firmano anche qui brani importanti, scattano fotografie strepitose, fanno i Pearl Jam insieme al leader, adesso più sollevato di qualche anno fa sul suo stesso ruolo. Ma non divaghiamo, e torniamo al disco. So che corro il rischio di sembrare banale definendo "Yield" come un grande album di rock’n’roll, ma di fatto non saprei come sintetizzare altrimenti la carica vitale ed elettrica che attraversa le canzoni di questo album. Certo, non è più un rock’n’roll da ventenni, questo qui, né può essere considerato ancora lo spartito ideale per una generazione che si trovi ora ad avere meno di vent’anni. Musicalmente i Pearl Jam sono figli di Neil Young più che padri delle visioni fine millennio alla "Strange Days": ciò non toglie però che possano indicare la strada a molti gruppi di ragazzini che in quel maledetto/benedetto 2000 decideranno di farsi le ossa. Spiritualità, emozionalità senza tempo, un timbro epico e lirico che ha pochi eguali in quanto ad intensità, un modo di cantare che giustifica ed accentua l’urgenza di ogni singola parola, di ogni singola sillaba: è tutto questo il mondo dei Pearl Jam, il loro mondo ‘senza tempo’, intoccabile dall’esterno come il cerchio magico di un vecchio sciamano pellerossa. Un mondo che il gruppo di Seattle difende anche in questo album, che contiene brani eccellenti come "Faithfull", "Given to fly" (e basta con questa storia del plagio ai Led Zeppelin, visto che non credo i Pearl Jam abbiano bisogno di ‘svoltare’ la giornata rubacchiando ai loro maestri), la delicata "Wishlist", la tiratissima "Pilate", che ha dentro un "bridge" tra i più belli mai scritti dal gruppo. E poi ancora "MFC", "Low light" che è un vero capolavoro, "Push me, pull me" quando dice: "Avevo una convinzione sbagliata, pensavo di essere qui per restare…/ ma qui siamo tutti solo in visita, infranti come onde./ Gli oceani mi hanno creato…ma chi ha inventato l’amore?/ Spingi, o tirami….buttami fuori…". E "All those yesterdays", brano che chiude ufficialmente l’album prima di un divertissement modello ‘sirtaki’ che sta buttato in fondo al disco come ghost-track. "Yield" è pieno di momenti musicali affascinanti e complessi, non è un album immediato, ma un disco che colpisce prima per la tensione espressiva e poi per le canzoni. Che ci sono, eccome. E’ un album degnamente rappresentato dalle foto del suo libretto interno, eterogeneo per ambientazioni ma bisognoso di grandi spazi sui quali riversarsi. Una finestra che invita a guardare un po’ più in alto del solito, verso l’orizzonte; una boccata d’aria pura dopo aver nuotato in apnea. Un grande album di rock’n’roll. I Pearl Jam, come sempre, danno la precedenza a se stessi. E fanno bene.

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