SINCERITA'

Warner (CD)

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di Franco Zanetti

Quando ci si è presentata davanti, a noi della commissione di SanremoLab 2008, ci ha fatto provare un misto di preoccupazione e di sorpresa. Non sapevamo cosa aspettarci, da questa bambolina Lenci in salopette oversize che diceva pochissime parole con una vocetta da cantante della radio anni Quaranta. Poi la bambolina ha cominciato a soffiare le prime parole di “Sincerità”, e noi ci siamo guardati, mentre la preoccupazione lasciava spazio al divertimento e poi ancora a uno stupore ammirato: perché questa Rosalba Pippa (il suo nome anagrafico, come riportato dalla scheda) non solo era intonatissima, ma ci stava cantando una canzone (finalmente!) diversa da tutte le altre che avevamo ascoltato fin lì. Una canzone-canzone, un “foxtrottino country & western” che ci è rimasto appiccicato nelle orecchie fin dal primo ritornello - cioè fin da subito, perché “Sincerità” comincia con il ritornello. La bambolina è uscita dalla stanzetta delle selezioni con l’aria di quella che si era tolta un peso, e noi ci siamo guardati increduli. Non riuscivamo, davvero, a capire se avevamo trovato una potenziale finalista o se l’orecchiabilità contagiosa della canzone, così rinfrescante dopo tante brutte e contorte non-canzoni che l’avevano preceduta, ci aveva distratti impedendoci un giudizio spassionato sull’interprete.
L’abbiamo lasciata andar via senza chiederle niente, e dopo di lei è entrato Giuseppe Anastasi. Ovvero l’autore di “Sincerità”, anche lui in concorso con una sua canzone, una composta ma emozionante storia di lettere e di soldati. Un’altra canzone-canzone, di quelle costruite come si deve, con tutte le loro cose al posto giusto e al momento giusto. E leggendo il testo della canzone di Anastasi, e rileggendo il testo di “Sincerità”, abbiamo pensato: questa non dobbiamo lasciarcela scappare. Abbiamo chiesto a Giuseppe se lui era proprio l’autore della canzone di Rosalba, e senza tanti mezzi termini gli abbiamo detto che molto, molto, molto probabilmente Arisa si sarebbe qualificata alla fase successiva.
Il resto è successo quasi da solo: Arisa ha passato anche la seconda selezione, classificandosi fra gli otto vincitori, e ha passato anche il vaglio della commissione artistica del Festival, entrando - insieme a Simona Molinari - nel cast delle Proposte 2009; Arisa ha cantato all’Ariston, e tre secondi dopo che era comparsa in cima alla scala del palco abbiamo sentito scoccare fra lei e il pubblico quella scintilla di complicità, di magnetismo, di fascinazione che ha portato Arisa non solo alla vittoria - indiscussa, indiscutibile, a furor di popolo e di critica - ma anche sulle pagine di tutti i quotidiani (dovete assolutamente leggere l’articolo di Massimo Gramellini su “La Stampa” di domenica 22 febbraio: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/sanremo/200902articoli/41257girata.asp), e di seguito nelle principali trasmissioni televisive (“Domenica In”, “X Factor”, “Porta a porta”).
Arisa è la vincitrice di Sanremo 2009: non solo della sezione Proposte, ma anche del Festival, anche della stagione discografica e televisiva.
Ovviamente la prova dell’album è dirimente: il rischio era trovarci dentro tante copie di “Sincerità”, tante repliche-carta carbone di una canzone ben riuscita. E invece l’album di debutto di Arisa è un disco convincente, benché sia stato realizzato in tempi stretti, anzi strettissimi. “Io sono” è il manifesto anti-ideologico di Arisa, di una generazione che “aspetta la pensione, può darsi non arrivi mai” ma che sa coltivare piccoli grandi sogni (“una casa che abbia un balconcino con le piante e un angolo cottura bello grande”). In quale altra canzone potreste trovare l’espressione “angolo cottura”, così quotidiana, così domestica, così dimessa eppure così precisa, due parole che ne dicono duecento? (chi ha detto “Il monolocale”, là in fondo? chi ha detto “Dove arriva quel cespuglio”? ecco, bravi). Anastasi, date retta a un cretino, è un autore di grande statura, uno che maneggia il lessico, il vocabolario, la grammatica, la sintassi, la metrica con una disinvoltura impressionante e senza l’esibizionismo spocchioso che rende insopportabili tanti esemplari della sedicente “canzone d’autore” (quella noiosa, intellettuale, pseudocolta, schifosamente presuntuosa).
Leggete il testo di “La mia strana verità”: “vivo a una distanza siderale”, “se mi dici io ti do la luna metto tutto giù in cantina per fare spazio solo a lei”, “ho un olfatto quasi da tartufo, già lo vedo che sei stufo”. Il tutto dentro una canzone strumentalmente rarefatta, delicatamente emozionante, che ricorda la migliore Valeria Rossi, ad esempio quella di “Luna di lana” (e non fate quella faccia: Valeria Rossi è una grandissima autrice, colpa vostra se l’avete inchiodata a “Tre parole”).
Non che tutto sia brillantissimo, intendiamoci, in questo album di dieci canzoni. “Abbi cura di te” è una bella canzone, ma con quel sapore di Ferro che va tanto di moda, “Piccola rosa” è un bozzetto gentile ma non imprescindibile - anche se, attenzione, Arisa canta con una grazia che non scivola nel melenso, una dolcezza che non scade nello stucchevole: se il paragone non fosse (per il momento, almeno) ancora irrispettoso citerei Lucia Mannucci del Quartetto Cetra, o la miglior Marisa Sannia. E in “Te lo volevo dire” è frizzante e popolaresca, in “Pensa così” (una specie di fiaba di Esopo messa in canzone, che ricorda - con tutto il rispetto - il Sergio Endrigo di “L’Arca”) è giocosa e sbarazzina, nella spiritosa “Te lo volevo dire” - un specie di “La filanda”, ma come se fosse cantata da Anna Identici - è perfettamente nella parte. Il disco va a chiudere con “Com’è facile”, un divertissement brasileiro appena un po’ di maniera, con l’irresistibile “L’uomo che non c’è”, che voto come prossimo singolo (a patto che venga ricantato, eliminando gli effetti vocali che rendono meno comprensibili certe parti di testo), e con “Buona notte” - un po’ soffocata da un che di troppo nella strumentazione.
Insomma, in Arisa c’è “more than meets the eye”, se volete credermi sulla fiducia. E se non volete, meglio: ascoltatevi il disco, poi ne parliamo.