«WORKING ON A DREAM - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - WORKING ON A DREAM - la recensione

Recensione del 16 gen 2009 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Molti fan erano spaventati dall'arrivo di questo nuovo album di Springsteen. Colpa della vicinanza a “Magic”, uscito poco più di un anno fa. E colpa della title track che l'ha anticipato come singolo, che ha fatto sembrare a molti Springsteen un Phil Collins qualunque, con quella melodia facile e quell'inciso fischiettato davvero un po' kitsch.
Invece, sorpresa sorpresa, “Working on a dream” è un gran bel disco. Come ha fatto notare qualche fan nelle infinite discussioni in rete, non è il disco pop del Boss, e non è neanche un disco di scarti di “Magic”. Ne è invece la logica continuazione: inciso sempre con Brendan O'Brien e con la E Street Band, ne sviluppa le intuizioni melodiche e di arrangiamento di canzoni come “Girls in their summer clothes”.
Semplificando, “Working on a dream” è il disco “sixties” e “power-pop” di Springsteen: i riferimenti a Byrds, Beatles, Beach Boys, Roy Orbison si sprecano nelle 12 canzoni. Musicalmente, sono più arrangiate e ariose dei brani di “Magic” (che, a loro volta, oggi suonano molto, troppo compressi, quasi privi di dinamica. Un effetto delle “loudness wars”? Andatevi a leggere la voce su Wikipedia...).
Canzoni come “Suprise surprise” e “Life itself”, “Queen of the supermarket” e la title track (che alla fine cresce e cresce, e ti ritrovi a fischiettarla quando meno te lo aspetti...) giocano con le chitarrine arpeggiate e le melodie e gli impasti vocali tipici di quel periodo. Poi ci sono brani che fanno quasi storia a sé e rendono il tutto vario e divertente; come il rock di turno, “My lucky day”, il blues di “Good eye”, e la canzone più ambiziosa di tutte, “Outlaw Pete”, 8 minuti messi in apertura, con un andamento sinuoso, che mescola elementi che poi si ritrovano in giro per l'album in una struttura complessa, che sembra uscire dai primissimi dischi di Springsteen. In coda c'è “The wrestler”, che è una bonus track, non c'entra niente con il disco, ma è lì a ricordarci cosa sa fare quest'uomo, anche senza arrangiamenti e con una chitarra in mano.
Anche liricamente, “Working on a dream” è molto più solare. Springsteen ha sempre avuto la capacità di raccontare i tempi che corrono: “Magic” era il disco del periodo buio di una nazione che faceva fatica a ritrovare fiducia in se stessa, con i suoi uomini alla ricerca della “Long walk home”. Oggi quegli stessi uomini “lavorano ad un sogno”, e non è un caso che quella canzone sia stata presentata ad un comizio di Obama, e che questo disco esca poco dopo il suo insediamento. Marketing? Sicuramente, ma anche un gesto simbolico per raccontare gente che ritrova fiducia negli altri (un tema ricorrente in questi brani), che oggi sa sorridere delle proprie abitudini (“Queen of the supermarket”). Certo, poi fa un certa impressione avere tra le mani il quinto disco di nuove incisioni di Springsteen in poco più di 6 anni, a cui si aggiungono una raccolta di outtakes (il terzo CD dell'”Essential”), un box-ristampa, un live del '75 e uno del 2007, più diversi DVD. Non dubitiamo che molti si attaccheranno a questo appiglio e alla eccessiva melodia di quest'album, per criticarlo.
Certo, è più facile parlare bene dei dischi sofferti, e degli artisti che pubblicano poco. Ma “Working on a dream” è un disco solo apparentemente “leggero”, e comunque di quella leggerezza che è propria della grande musica: davvero un bel modo di incominciare l'anno.

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