«CHINESE DEMOCRACY - Guns N' Roses» la recensione di Rockol

Guns N' Roses - CHINESE DEMOCRACY - la recensione

Recensione del 19 nov 2008

La recensione

Qualcuno dice tredici. Altri quindici. C’è chi dice sedici. Ininfluente. Anche se fossero sette, gli anni di distanza che separano “Chinese democracy” dal precedente disco di studio, quell’”Use your illusion I” e “Use your illusion II” usciti contemporaneamente nel settembre 1991, sarebbero tanti. Nel 1991 negli USA il presidente era Bush. Però padre e non figlio. Nel 1991, in Italia, Marietto Chiesa non era ancora un mariuolo e la politica era quella pre-Mani Pulite: Craxi, Andreotti, De Mita e via dicendo. Dal 1991 ad oggi sono accaduti fatti epocali, e in tutto questo tempo Axl Rose ha partorito solamente quattordici brani. Meno di uno all’anno. I Beatles, ma anche altri, negli anni Sessanta erano capaci di registrare un intero album in cinque giorni. E’ quindi normale, logico che su “Chinese democracy” si siano appuntate aspettative non grandi. Ma enormi. Anche perché, appena arriverà nelle rivendite, il disco si venderà come il pane. Negli USA il nuovo parto dei GNR –o, meglio, di Axl Rose con una selva di altri musicisti- potrebbe arrivare a quota 1 milione di copie nella prima settimana. Quote da tempi belli della discografia, quando anche l’ultima schifezza vendeva 100.000 copie per il solo fatto di esistere. Axl Rose, per soddisfare le aspettative, avrebbe dovuto confezionare un capolavoro. Come si giustificano altrimenti tutti questi anni? “Chinese democracy”, per quanto si possa capire dopo il primo e (per il momento unico) ascolto , è solamente un buon disco. Ottimo, a tratti. Ma non è stratosferico e non è un capolavoro. I suoni familiari della saga GNR ci sono tutti; ci sono, specialmente, le canzoni che iniziano come ballate e poi si trasformano in cannoneggiamenti hard. Ci sono chitarre taglienti. C’è il coraggio di una persona che vuol fare di testa sua, e che gli altri si fottano. Però, anche se tante cose sono cambiate, “Chinese democracy” sembra anche un “Use your illusion III”. Sembra un album da 1998. Il che non è necessariamente un male, anzi. Il tribolatissimo parto di Rose inizia bene, si chiude bene e in mezzo ci sono un po’ di intoppi. Quando dai blocchi di partenza scatta la title-track, per chi li ha amati, per chi ha vissuto su “Civil war”, “Welcome to the jungle”, “Paradise city”, “Don’t cry”, “Sweet child o’ mine”, “November rain” e “You could be mine”, è come se i Guns non fossero mai andati via. Il pezzo è fragoroso e sembra veramente voler riaccendere la fiamma che si era spenta dopo i due “Use your illusion”. “Shackler’s revenge” inizia quasi alla Sisters Of Mercy, poi prosegue su territori ben conosciuti con chitarre secche, ritmi incalzanti e strutture melodiche. “Better” è una ballatona tirata e tumultuosa, con Axl che nel testo pare lamentarsi di una fidanzata che se ne è andata ed era mezza matta. In stile di ballata, tormentata ma meno urgente della precedente, è anche “Street of dreams”. Il pezzo ha i numeri per poter diventare un classico da stadio, di quelli con l’accendino (o il telefonino) acceso. Un solo ascolto in più e, di questo pezzo, avremmo potuto innamorarci. “If the world” è una composizione bizzarra, quasi atmosferica, suonata mostruosamente bene ma più che un killer sembra un filler. “There was a time”: quasi come sopra. Molto bello l’assolo di seicorde, ma sembra una normalissima canzone incattivita solo perché questi sono i GNR e mica gli Stereophonics. C’è da rimanere un po’ interdetti. Così così anche “Catcher in the rye”, che si potrebbe definire “un rock a media potenza”. “Scraped”: voce a parte, potrebbe anche essere un qualsiasi pezzo hard da inizio anni Ottanta. Passa per la mente “Fire of unknown origin” dei Blue Oyster Cult, anno 1981. “Riad n’ the bedouins” scorre, per “Sorry” si torna alla tipica struttura da “Use your illusion”; ballad avviluppante che lentamente diventa una composizione fragorosa. In mezzo un assolo che neanche Gilmour. “IRS” è il classico rockaccio gunsiano, bello sparato, che riporta il disco sui giusti binari. Il tono di “Madagascar”, pezzo peraltro noto da anni, è malinconico; il cuore del brano offre frasi singole con campionamenti da Martin Luther King. “This I love”: Axl canta come una tigre appena messa in gabbia. Una composizione che solo Il Compianto, il vocalist più compianto di tutti, Freddie, potrebbe cantare meglio. Possibile che la gemma che non t’aspetti sia celata nel pezzo più atipico del disco? Forse sì, forse sì. E, se siete tristi, caricate il volume a dieci: questa canzone potrebbe sembrarvi magica, immensa. E sarebbe stato ottimo finire così. Invece Axl ci ha infilato la fetecchia: “Chinese democracy” si conclude con “Prostitute”, polpettoncino lardellato con tutte –ma proprio tutte- le spezie dei GNR, una canzone così piena di suggerimenti che non va da nessuna parte. Complessivamente un buon disco, ma punto.

(Franco Bacoccoli)
Tracklist:
”Chinese democracy”
”Shackler’s revenge”
”Better”
”Street of dreams”
”If the world”
”There was a time”
”Catcher in the rye”
”Scraped”
”Riad n’ the bedouins”
”Sorry”
”IRS”
”Madagascar”
”This I love”
”Prostitute”

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