«FLEURS 2 - Franco Battiato» la recensione di Rockol

Franco Battiato - FLEURS 2 - la recensione

Recensione del 21 nov 2008 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Sono in difficoltà, lo confesso. E mi imbarazza dover mettere le mani avanti con una excusatio non petita, e non dovuta. Ma bisogna farlo. Al di là degli ottimi rapporti personali con Franco Battiato, risalenti a una frequentazione iniziata nei primi anni Ottanta (quando, da quasi-giovane ufficio stampa della EMI, mi spesi con entusiasmo e convinzione su “L’era del cinghiale bianco”), e al di là della stima professionale per l’artista (verificabile anche qui su Rockol: vedere le mie recensioni a “Fleurs 3”, “La convenzione”, “Le stagioni del nostro amore”), ero ansioso di ascoltare questo “Fleurs 2”, con cui Battiato ritorna sul luogo del delitto (cosa che aveva assicurato di non voler fare all’uscita di “Fleurs 3”, quando aveva annunciato che quello sarebbe stato il suo ultimo album di cover). Lo fa a suo modo, paradossalmente completando una trilogia con il “secondo” album della serie - iniziata con il primo e proseguita con il terzo.
Ero, comunque, positivamente prevenuto, dato che i primi due “Fleurs” m’erano piaciuti, a tratti anche molto piaciuti. E invece, “Fleurs 2” nel complesso mi delude. Facciamo pure la tara alle aspettative, nel senso che m’aspettavo molto, e un tantino di insoddisfazione a volte è inevitabile, quando ci si aspetta molto - cosa che, trattandosi di Battiato, è lecita e quasi doverosa. Consideriamo pure che il brano di apertura del disco - l’inedita “Tutto l’universo obbedisce all’amore”, cantata con Carmen Consoli - offre un primo impatto piuttosto debole, se si eccettuano alcuni felici passaggi del testo (nella vita in due “bisogna muoversi come ospiti, pieni di premure, con delicata attenzione”). Non sembra, a me almeno, un episodio memorabile nell’ampio canzoniere di Battiato. Ma il secondo pezzo, rilettura dolente e composta della splendida “Era d’estate” di Sergio Endrigo (1963), mi ha fatto invece ben sperare: sembra uscito - e forse lo è - dalle registrazioni di “Fleurs 1”, dove già figuravano due canzoni del cantautore di Pola (“Aria di neve” e “Te lo leggo negli occhi”). Voce, pianoforte e archi discreti per un prezioso gioiello di tre minuti.
La terza traccia, “E più ti amo”, merita un po’ di storiografia - giusto per rimediare alla sciatteria con cui è stata descritta dai miei happy few colleghi convocati a fine ottobre a Parigi per la presentazione in anteprima del disco. “E più ti amo” è una canzone del francese Alain Barrière, “Plus je t’entends”, che l’interprete originario portò anche nella classifica italiana fra il settembre e il novembre del 1964, attraverso un testo nella nostra lingua scritto da Gino Paoli. Franco Battiato l’aveva già incisa, nel 1965: era la seconda di due canzoni da lui registrate per i 45 giri allegati a un settimanale di enigmistica, “Nuova Enigmistica Tascabile”, pubblicato dalla Corrado Tedeschi Editore. All’epoca Battiato, da poco “sbarcato” a Milano dalla natìa Sicilia, sbarcava il lunario anche prestando la voce a registrazioni poco prestigiose. Il 45 giri con “E più ti amo” nell’esecuzione di Francesco Battiato col complesso degli Enigmisti fu allegato al numero 531 della rivista, datato 27 marzo (sull’altro lato c’era “Prima o poi”, una canzone di Remo Germani nell’esecuzione di Ezio de Gradi). Ma questo 45 giri non è, come hanno scritto gli illustri colleghi, il primo disco registrato da Battiato per la NET (Nuova Enigmistica Tascabile); il primo è invece “L’amore è partito”, che uscì il 20 febbraio dello stesso 1965: la canzone era stata portata in gara al Festival di Sanremo dal suo autore, Beppe Cardile, in doppia esecuzione con Anita Harris (cantante inglese, del Somerset, che avrà il suo maggior successo nel 1967 con “Just loving you”, ma che è più ricordata per un suo servizio di nudo apparso sul mensile “Mayfair” nell’ottobre dello stesso anno - nello stesso numero c’era anche un servizio con Raquel Welch). La versione Battiato di “L’amore è partito” era accoppiata su quel 45 giri con l’esecuzione di “E’ la fine” (canzone originariamente di Ricky Gianco) da parte di Dani Andress.
Mi sono allontanato dal punto, lo so. Torniamo a “E più ti amo” nella versione inclusa in “Fleurs 2”: già non era una gran canzone in originale francese (molto meglio, nel genere e nell’epoca, la “J’entends siffler le train” di Richard Anthony, inclusa peraltro in “Fleurs 1”), ma il testo - ricordo, di Gino Paoli - è di una banalità esasperante. Non è colpa di Battiato - il testo, dico - ma, insomma, la canzone l’ha scelta lui, e in questo disco è un punto debole - anche perché l’arrangiamento e l’esecuzione non sono propriamente brillanti.
Curiosa, per chi non conosce gli esordi di Battiato, anche l’inclusione di “It’s five o’ clock”. E’ un vecchio 45 giri (1970) degli Aphrodite’s Child di Vangelis: il loro sesto in inglese (nel mezzo c’è la sanremese “Lontano dagli occhi” di Sergio Endrigo, cantata in italiano). Battiato aveva già rifatto il primo grande successo del trio greco - “Rain and tears” - col titolo “Lacrime e pioggia”, su testo di Vito Pallavicini; la sua cover dell’epoca non era mai uscita su disco ufficiale, ma era inclusa nell’antologia uscita nel 1971 nella collana discografica “Superstar” della Curcio Editore. Tornando qui a misurarsi con gli Aphrodite’s Child, Battiato allestisce una versione meno “Procol Harum” dell’originaria, caratterizzata dalla pronuncia inglese iperscolastica che, se è di grande effetto in certi pastiches tipo “Cuccuruccuccu paloma”, mostra la corda se applicata a un’intera canzone (vedi la “Ruby Tuesday” di “Fleurs 1”): e senza far paragoni con la voce fuoriserie di Demis Roussos. Che Dio mi perdoni l’insolenza: ma la “It’s five o’ clock” di questo disco fa pensare a un pianobarista che la canti su un file midi. E non è detto - e non dico - che non fosse proprio questo il risultato che Battiato aveva in mente di ottenere. Nei cori si sente una voce che potrebbe essere quella di Sepideh Raissadat, la stessa del featuring in “Il venait d’avoir 18 ans” di cui diremo poi (non posso confermare l’impressione perché non dispongo, mentre scrivo, del libretto del Cd).
Altra atmosfera in “Del suo veloce volo”: è una cover, voci e pianoforte, di una canzone di Antony and the Johnson, “Frankenstein”: non cercatela negli album del musicista newyorchese, era la facciata B di un singolo. Chissà se Battiato l’ha scelta perché il nome Frankenstein gli ha ricordato il vecchio sodale Gianni Sassi - che usava il nome del mostro come pseudonimo. Comunque il risultato della rilettura è interessante, grazie anche alla partecipazione - con una frase cantata in italiano (!) e alcuni vocalizzi - proprio di Antony. Il testo, inquietante e diaristico, non ha quasi nulla a che vedere, se non le parole “la visione... dell’amore”, con quello originario inglese del brano.
Se l’inglese di Battiato è scolastico, il francese non lo è di meno: la pronuncia delle parole di “Et maintenant” (come quella della canzone di Dalida che seguirà dopo tre brani) fa arricciare il naso, e rispetto alla versione originaria di Gilbert Bécaud la cover di Battiato, rinunciandone all’elemento più caratterizzante - l’incalzante tempo di bolero, solo citato sul finale dal pianoforte - perde (consapevolmente) in drammaticità, senza però guadagnarne in intensità. L’episodio forse più inatteso di “Fleurs 2” è “Sitting on the dock of the bay” di Otis Redding. Una canzone-simbolo, anche perché è il più grande successo del soulman di Dawson ed uscì postuma nell’anno dopo la sua morte (1968) essendo stata registrata tre giorni prima del tragico incidente aereo sul lago Monona. A parte la faccenda della pronuncia, il canto di Battiato è lontanissimo dal soul - il che potrebbe anche essere una scelta stilistica - ma l’alternanza della sua voce con quella ben più calda di Anne Ducros, giovane cantante jazz francese (che la canzone di Redding l’ha già inclusa nel suo album del 2007, “Urban tribe”, insieme ad altri classici pop come “Over the rainbow” e “Sexy Sadie”) squilibra l’ascolto e penalizza il risultato finale.
Battiato torna ad atmosfere più consone (e anche più prevedibili e meno sorprendenti, d’accordo) con “Il Carmelo di Echt”, un rarefatto brano firmato da Juri Camisasca, registrato dall’autore nel suo disco omonimo del 1991, e già inciso da Giuni Russo (in una versione di studio del 1999, pubblicata però solo lo scorso anno nel triplo antologico “The complete Giuni Russo”, e in una versione dal vivo nell’album “Signorina Romeo Live”, del 2002). L’esito è suggestivo e quasi mistico, come è richiesto dalla natura stessa della composizione.
Tutt’altra aria in “Il venait d’avoir 18 ans”. La canzone fu uno dei grandi successi di Dalida, che la pubblicò nel 1975. Recentemente è stata inclusa da Patty Pravo nel suo recente album-tributo alla cantante francese, “Spero che ti piaccia... pour toi”, cantata in francese. E benché ne esista un testo italiano, molto fedele all’originale, intitolato “18 anni” e firmato da Roberto Arnaldi (conduttore di Radio Montecarlo), Battiato sceglie di intervenire sul testo francese “girandolo” narrativamente in terza persona - ma scivolando sulla grammatica (“Quand il s’est approché de lui” - e “lui” non va bene, ci voleva “elle” - “aurait donné n’importe quoi pour le séduire” - e qui manca un “elle” prima di “aurait”, e, più avanti, “aurait voulu le retenir”, ancora una volta senza “elle”). Anche qui, l’ingresso di una seconda voce - quella dell’iraniana Sepideh Raissadat - fa svoltare il brano in atmosfere più evocative, più emozionanti. A proposito della Raissadat, della quale i soliti colleghi di cui sopra hanno collettivamente storpiato il cognome in “Raisadat” fidandosi delle informazioni della Universal, va ricordato che la ventisettenne cantante, attualmente residente in Italia dove insegna al DAMS di Bologna, è stata la prima donna iraniana che abbia cantato in duetto in Iran dopo la rivoluzione islamica (nel 2000 ha registrato “Konj-e-Sabouri” con Alì Rostamian e Parviz Meshkatian). E a proposito di Dalida, pochi sanno che Battiato aveva già ripreso una canzone della franco-egiziana: avvenne nel 1970, quando registrò (senza mai pubblicarla ufficialmente) una cover in italiano di “Darla dirladada” intitolata "La campagna e l'amore".
Curioso che Battiato non abbia voluto una seconda voce ad accompagnarlo nella sua ripresa di “Bridge over troubled water”, il classico di Simon & Garfunkel che intitola l’album omonimo del duo (1970). La versione Battiato, per voce e pianoforte più archi, non riesce a competere col quella di riferimento: che, del resto, è così canonica da non permetterlo (forse sarebbe stato il caso di concedersi maggiore libertà).
“La musica muore” è una canzone scritta da Juri Camisasca e dall’autore pubblicata su singolo nel 1975 (è contenuta nel Cd antologico “La convenzione”, 2003). Si tratta di un recupero giustificato soprattutto da un testo ancora sorprendentemente attuale, la cui interpretazione è qui affidata prima a Battiato poi - più efficacemente - all’autore e interprete originario.
Chiude il disco “L’addio”, di cui Giuni Russo diede un’interpretazione vocalmente irraggiungibile nel suo album “Energie” (1981). Battiato sceglie, inevitabilmente, una cifra interpretativa all’opposto di quella virtuosistica di Giuni: malinconica e rassegnata, diventa quasi un saluto all’amica scomparsa, ed è, nella sua veste scarna e “stripped bare”, il momento forse più emozionante dell’album.
Rileggendo le (fin troppe) parole scritte finora, mi rendo conto che non c’è bisogno del consueto pistolotto finale. Vi sarete fatti un’idea del mio, non entusiastico, parere complessivo sul disco: adesso ascoltatelo e fatevi la vostra.

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