«OH OHIO - Lambchop» la recensione di Rockol

Lambchop - OH OHIO - la recensione

Recensione del 20 nov 2008 a cura di Davide Poliani

La recensione

Quindici anni di carriera possono non bastare, o - a seconda dei casi - essere appena sufficienti, a prendere confidenza con la materia che si sta plasmando. Se dovessimo pensare a Kurt Wagner come ad un pilota, verrebbe quasi da dire che oggi, dopo oltre un decennio al volante dei suoi Lambchop, il tenebroso songwriter americano abbia preso piena coscienza delle possibilità del suo veicolo, dei suoi punti di forza così come dei suoi angoli morti. Non che per lui sia un problema, ovviamente: l'ensemble di Nashville, e chi lo conosce lo sa, l'ossessione delle lancette non l'ha mai avuta. Piuttosto, ha sempre preferito perseguire - con pervicace costanza - una ricerca della purezza, della perfezione nella (naturale) imperfezione, dell'equilibrio che, seppur tra alti e bassi, l'ha reso una vera e propria istituzione non solamente in ambito "alt" (country, roots o quello che preferite) ma sul panorama statunitense tutto. Ripartendo dalla penna di Kurt, il gruppo costruisce in "Oh (Ohio)" un castello di sfumature quanto mai solido, riuscendo a trovare la giusta misura in tutti i passaggi, calibrando al millimetro arrangiamenti e intenzioni per restituirci undici brani scintillanti nella propria onestà, inattaccabili tanto dal punto di vista formale quando da quello sostanziale. Recuperando, in un certo senso, l'atteggiamento che già aveva caratterizzato il mai dimenticato "How I quit smoking" del '96, Kurt e i suoi puntano senza indugio al cuore della composizioni, rallentando i battiti e lasciando così decantare melodie e atmosfere. Lavorando più di lima che di cesello, i Lambchop non si limitano banalmente a "fare quello che sanno fare meglio": tra gli arpeggi di "Slipped dissolved and loosed", il morbido eppure solenne incedere di "Of Raymond" e la sussurrata "Popeye" si percepisce, mai bene come oggi, quando Wagner per primo sia stato capace, in questa occasione, di disporre nel migliore dei modi le tessere dell'ampio mosaico che da oltre un decennio ha davanti. A voler essere pignoli, poi, gli estremi per individuare una certa autoreferenzialità (e un certo compiacimento nello sguazzarcivi dentro) si potrebbero anche rintracciare. Ma, come sempre succede parlando dei Lambchop, sarà la pazienza a premiare gli ascoltatori più attenti, che - tra una canzone e l'altra - potranno scorgere quello che ci si augura essere una nuova partenza in una carriera già di per sé arrivata.

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