«I'LL BE LIGHTNING - Liam Finn» la recensione di Rockol

Liam Finn - I'LL BE LIGHTNING - la recensione

Recensione del 09 ott 2008

La recensione

Non si contano più, i figli d’arte in circolazione. Sean e Jakob, i Wainwright, gli Zappa, i Thompson e chissà quanti altri ne sto dimenticando. Alla nidiata si aggiunge adesso anche Liam Finn, figlio di Neil degli Split Enz e dei Crowded House, 25 anni appena compiuti e una bella reputazione acquisita sul campo anche di spalla a Eddie Vedder nel tour solista dell’estate scorsa. Al Finn senior somiglia parecchio, e si capisce subito che non è di quelli che ci tengono a tagliare i ponti, a prendere le distanze, a incamminarsi su una strada affatto diversa da quella segnata dagli augusti genitori. Insieme papà e figlio avevano inciso qualche anno fa una cover dei Beatles (amore condiviso e più che esplicito) per la colonna sonora di “I am Sam”, il film con Sean Penn nella parte di un padre handicappato che lotta per conservare la custodia del figlio. Insieme hanno suonato dal vivo in occasione del reunion tour dei Crowded House. E per incidere il suo primo disco Liam ha scelto lo studio di famiglia, a Auckland in Nuova Zelanda, chiedendo a Neil di suonare il basso nella title track. Più complici di così…I geni sono quelli, il dna non si discute, e anche Finn jr. ha un’ottima predisposizione per il pop intelligente e vivace con una predilezione particolare per i Lennon & McCartney d’annata. Molto più Lennon che McCartney, si direbbe: ascoltate “Music moves my feet” o “Wide awake on the voyage home”, lunga, ipnotica, morbida e un po’ annebbiata anche nel testo (“entriamo in collisione come automobili/in una città dove tutti guidano ubriachi”), mentre “I’ll be lightning”, con il suo tintinnante autoharp, un che di mantra psichedelico e un finale turbinoso alla “A day in the life” porta anche qualche stimmata harrisoniana. Poi, nella conclusiva “Shadow of your man”, Liam rievoca anche il fantasma del miglior Graham Nash. Un imitatore nostalgico? Un inutile replicante? No, niente affatto, questa non è musica dei Sixties ma di sensibilità ipermoderna e di suo Finn ci mette una bella dose di spigliatezza, un ottimo gusto che lo porta a scegliere suoni rigorosamente analogici (il banco di missaggio, pare, è antiquariato di provenienza Who), un’intrigante predisposizione all’autarchia (suona quasi tutto lui), una spruzzata di lo-fi che imbratta il giusto le sue belle canzoncine melodiche che a volte sembrano ninna nanne infantili.
Sono quelle piccole e divertenti interferenze sonore, batterie elettroniche “cheap”, folate di tastiere, sibili di synth e persino di theremin, a far drizzare le orecchie fin dall’apertura di “Better to be” (peraltro non una delle cose migliori), mentre il singolo “Second chance” ha un ritmo tropicale da Manu Chao del down under. Anche dal vivo, raccontano, Liam sa creare il suo piccolo “wall of sound” circondandosi di pedali ed effetti ma non spaventatevi, perché non si corre mai il rischio della sovrabbondanza e dell’iper-arrangiamento. Anzi: alla base delle canzoni restano la voce (o meglio le voci, sempre ben orchestrate) un po’ di pianoforte e tante chitarre, che se del caso Finn strattona che è un piacere (“Lead balloon” è puro garage beat a tutto volume) o sporca con il distorsore. “Lullaby” è quel che promette il titolo, un’armonia corale un po’ fiabesca che piacerebbe anche agli emergenti Fleet Foxes, e anche “Gather to the chapel” punta molto sull’impasto vocale. “Fire in your belly” ed “Energy spent” (nel testo, curiosamente, è citato il mare Adriatico) fanno subito fischiettare e muovere il piedino, e “This place is killing me” sfoggia una bella dinamica di timbri e volumi in saliscendi. Magari il peso specifico complessivo non è alto, ma proprio per questo “I’ll be lightning” sta a galla come un sughero per tutti i suoi 53 minuti di durata.



(Alfredo Marziano)

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