«HYMNS IN THE KEY OF 666 - Hellsongs» la recensione di Rockol

Hellsongs - HYMNS IN THE KEY OF 666 - la recensione

Recensione del 07 ott 2008

La recensione

Sono poche le persone che possono sostenere di poter condurre i propri destini a piacimento, la maggior parte della gente è in balia del fato e del caso. A volte dice bene, altre meno.
La giornata è una di quelle che non vanno, piena di stanchezza, di noia e di cattivo umore. Una giornata di quelle che non basta chiudere la porta del proprio ufficio per estraniarsi dal mondo e da se stessi. Un paio di cuffie assolvono meglio al compito, ma cosa ascoltare nelle Stanton DjPro 3000 ?
Un’occhiata alla scrivania e si viene colpiti dalla copertina di un dischetto raffigurante un arcobaleno e un vecchio pulmino Volkswagen, di quelli che fanno tanto Peace and Love e bel tempo che fu. Quando si è di questo umore è l’equo dazio da pagare: una bella band di drogati entusiasti della vita per non sollevarsi più.
La sorpresa, però, è dietro l’angolo, è una di quelle volte che dice bene, una di quelle volte che le congiunzioni astrali si schierano bene in fila al tuo fianco. Nota dopo nota, la voce di Harriet, il piano di Johan e la chitarra di Kalle ti sollevano da terra e ti depositano dolcemente su quel morbido giaciglio che solo la buona musica sa costruire. Canzone dopo canzone si viene conquistati e non è solamente l’effetto ricostituente e taumaturgico della musica quello che si prova. Queste canzoni possiedono l’indefinibile magia che divide le semplici canzoni dalle belle canzoni. Durante il rapito ascolto di “We’re not gonna take it”, una distratta occhiata alla track list impietrisce: ciò che l’interpretazione del terzetto ha stravolto e mascherato non può essere celato leggendo i titoli dei brani. Scatta l’allarme rosso e ci si dirige decisi su Google dove è bandita la privacy, dove nulla è tenuto nascosto.
In un attimo si scopre che i tre ragazzi svedesi portano avanti un progetto che essi stessi definiscono lounge metal. I dieci brani che compongono l’album sono pescati nella vasta discografia di Iron Maiden, Ac/Dc, Metallica, Twisted Sisters, Slayer, Megadeth ma rivisitati da par loro. L’idea di proporre in chiave semi acustica e indie pop classici dell’hard rock non è male, ma quello che conta – al di là delle etichette e delle generalizzazioni – è il risultato finale. Qui è veramente buono.
“Symphony of destruction” è semplicemente perfetta, una irresistibile sinfonia boogie che, fossero in competizione tra loro le cover di questo cd, premieremmo con il gradino più alto del podio. Le versioni di “The trooper” e “Run to the hills” sfidano orgogliose gli Iron Maiden riuscendo a non soccombere. “Seasons in the abyss” ci consiglia di chiudere gli occhi e, cullati da voce e piano, ci pare il miglior consiglio possibile da decenni a questa parte. “Thunderstruck” è tanto delicata e sinuosa quanto era diretto e deciso l’originale degli australiani Ac/Dc.
“Hymns in the key of 666” è un album di cover che esalta gli originali riuscendo a vestirli con nuove stole e nuovi colori. Spesso il mondo dell’hard rock e, soprattutto, quello del metal preferisce chiudersi o viene rinchiuso in squallide riserve, il merito degli Hellsongs è quello di gettare un ponte, oltrepassare il canyon ed entrare in queste riserve che nascondono tesori. E quando dalle cuffie anche l’ultima nota si è esaurita, anche noi, ancora una volta, complice la musica, abbiamo attraversato il nostro personale canyon di malumore e malinconia e siamo restituiti alle umane facezie.


(Paolo Panzeri)
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